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politica estera
31 marzo 2011
poteva essere uno straordinario oftalmologo!
1

Stavo guardando la diretta del discorso di Assad su RAInews e a un certo punto uno dei parlamentari si alza in piedi e, quasi urlando il suo entusiasmo, comincia a dire che il dittatore siriano è un uomo straordinariamente generoso.
Da studio riprendono la linea. Sul momento più divertente, dico.
Immagino che Assad non abbia preso la parola per una settimana perché doveva preparare la scaletta degli interventi per questa sceneggiata.

Bashar al-Assad, pover'uomo! Poteva essere un grande oftalmologo, o almeno un oftalmologo, e invece si ritrova a fare il dittatore della Siria. Propone il multipartitismo ma prima una legge antiterrorismo (ovviamente).
Lui e sua moglie sembrano una copia perversa del principe e della principessa ereditari di Spagna, giovani e quindi dinamici solo per questo, belli e dunque moderni, sorride perché deve essere un uomo buono.
In fondo il suo vero problema è quello di trovarsi in una fase declinante della storia, quindi il suo fascismo si trova in difficoltà di fronte al "complotto di Israele".
Ovviamente su Al-Manar minimizzano.

2

Dopo la Guerra dei Sei Giorni lo stato di Israele occupa la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Per quasi trent'anni i palestinesi in questi territori si trovano praticamente senza diritti. Come un bantustan, nell'Unione Sudafricana.
Quanto sarebbe stato meglio se si fossero battuti per il voto e la cittadinanza! L'entità sionista si sarebbe dissolta automaticamente. Fottuti coloni.
No, hanno voluto l'indipendenza. Scelta legittima, scelta sbagliata. Questa alienazione fa il gioco della destra israeliana perché in fondo i nazionalismi si alimentano a vicenda.
[E'questo è il mio parere su questa faccenda. Per quanto poco articolato. Cosa fare ora? Non lo so.
La mia impressione è che la religione e il razzismo stiano nascondendo qualcosa che è in verità lotta di classe. Forse la causa palestinese potrà persino beneficiare dal crollo di quei regimi che teoricamente la supportavano. O forse no. Dico, ho mai dato l'impressione di essere un esperto di geopolitica?]



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30 marzo 2011
conseguenze inattese dell'incidente nucleare di Fukushima
1) Presto a Fukushima aprirà un circo.
2) Esplode un nuove interesse per i film di genere Kaiju, i combattimenti tra mostri giganti.
3) Il Partito Democratico Giapponese riuscirà a ritornare al potere tra centinaia di migliaia di anni (quando si esaurisce la radioattività del plutonio). Più o meno come il Partito Democratico Italiano.
4) Qui il referendum contro la privatizzazione dell'acqua potabile probabilmente raggiungerà il quorum.
5) Sushi fluorescente per i bambini!



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cinema
30 marzo 2011
Dylan Dog con Brandon Routh
Solite cose che si scrivono su questo personaggio da oltre vent'anni. Le ripeto e non mi sembra di aggiungere niente di nuovo.

1 C'è un film del 1932 intitolato "Freaks" in cui appaiono autentici fenomeni da baraccone, ma i veri mostri sono due persone normali che vogliono sfruttare quei poveretti. Nel finale i freaks si vendicano: li sfigurano e li mutilano.
Dylan Dog di Tiziano Sclavi sembra basarsi sullo stesso nucleo fondante: il fascino nei confronti dei mostri, poi la pena, la critica sociale. Per quanto nessuno dei freaks di Sclavi arriverebbe mai a una vendetta tanto crudele.

2 Un'altro aspetto molto importante è la precarietà del protagonista. Dylan non è semplicemente un antieroe ma qualcuno che nella vita non sembra avere trovato una collocazione: ha un lavoro che non è un lavoro dato che è estremamente improbabile che egli trovi nuovi incarichi o così ci viene sempre suggerito.
Questa situazione impedisce a Dylan di prendersi sul serie: non è mai un esperto.

3 La narrazione è talvolta piuttosto complicata.
Il mio numero preferito è il 25, "Morgana", che tra le altre cose è una rivisitazione del primo numero. Colà è suggerita in modo insistito una lettura psicanalitica e alla storia di Dylan Dog e Morgana di sovrappongono sogni, parodie, momenti di metanarrazione.
Eppoi quel numero era chiaramente un punto di svolta nel modo in cui Tiziano Sclavi avrebbe proposto il suo lavoro: si delinea un disegno ambizioso che poi non è stato mai risolto in un modo davvero soddisfaciente.
In altri numeri Sclavi dimostrava grandi capacità nell'utilizzare altri registri: la commedia (per esempio "Cagliostro!" o "Golconda!"), il racconto patetico ("Johnny Freak"), la storia d'amore ("Il lungo addio" o "Finché morte non ci separi").

4 In quanto "indagatore dell'incubo" è un personaggio sul quale alcuni sceneggiatori hanno rovesciato le proprie nevrosi. Sclavi in primis: sequenze oniriche, ricordi confusi, memoria di un ex-alcolizzato.

Quando sopraggiunge il burn-out di Sclavi altri autori sopraggiungono. Tra questi Paola Barbato che affronta in continuazione il tema dell'identità, Michele Medda, Pasquale Ruju e altri.

Detto questo, passiamo al film.
E' orribile. Non mi interessa l'assenza di Groucho (bellissimo personaggio, sottilmente inquietante) o della città di Londra.
Questo film non funziona perché ignora completamente 1,2,3,4 e così non rispetta il personaggio. Ci sono i vampiri, i licantropi e i morti viventi ma sono semplicemente i vampiri, i licantropi e i morti viventi. Niente di poetico a tal riguardo, solo una banalizzazione del soprannaturale che vuole essere ironica e divertente. Si imita Men in Black, non funziona.
Non mi piace Brandon Ruth ma non voglio esprimere un giudizio sulla recitazione senza avere ascoltato la voce originale (perché mi infastidisce oltremodo la voce italiana, non voglio esserne troppo influenzato). Rimangono di Dylan Dog solo gli aspetti più esteriori: i vestiti, il maggiolino e il clarinetto. E' praticamente una presa in giro.



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30 marzo 2011
la stazione spaziale
E' tutto prestabilito in locali sigillati come una stazione spaziale. Chiuso come una prigione perché fuori non c'è ossigeno, ricevere informazioni da un altro pianeta come dalla televisione. Nella stazione tutta una serie di valvole di sfogo sono state predisposte per tenere sotto controllo una esistenza prigioniera. Per esempio questo blog.
Nel contesto non c'è niente di eversivo e dunque nulla di entusiasmante. Fuori? Non si respira. Dentro? L'ambiente è perfettamente sterile, comodo, ti rilassi, non può durare per sempre, te lo dimentichi, ti ci addormenti, non senti nulla, non hai nulla da raccontare, ti ripeti, ti lamenti perché ti ripeti, è retorica, perfezioni lo stile, ti sembra inutile, smetti, riprendi, smetti, riprendi, nel frattempo hai perso ogni senso del dramma, la memoria stessa, la tua identità, la parola infine.
Quella scena di "2001 - Odissea nello Spazio" in cui viene disattivato HAL 9000!




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29 marzo 2011
il cigno nero
Così scrivere qualcosa di talmente brutto, talmente sbagliato, talmente sgradevole da non riuscire più a uscirne. A qualcuno, intendo.
Non riuscire più ad affrontare quella persona e fuggirne, starci male e così non potere davvero chiudere quella relazione, dialogo, soliloquio, io non so.
Prigioniero di quelle frasi, e praticamente legato da quattro parole. Il tempo avanza, non vedrai mai la risposta e tutte le risposte sono state scritte ipoteticamente. Magari dentro marcisci (orribile, orribile) e poi c'è sempre una speranza di rigenerazione e un giorno perdonarsi per questa brutta storia. Sentirsi sollevato!
No, il solito sfogo che qui sempre risale dal pozzo e spero sempre che il vomito non mi finisca nel naso.

Nota: questa recensione è interessante.



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28 marzo 2011
Gwynplaine
Please note, some images are graphic
"Così dalla mia Radio ho aiutato i fascisti a conquistare l'Europa"
"Si, tu sei una persona disgustosa"


1

La prima puntata mi aveva divertito ma le altre annoiato e quindi ho smesso di seguirlo. Avevo un buon ricordo di Otto e Mezzo. Questa Radio Londra è tutta diversa. C'era una volta un talk e ora c'è un editoriale. Questo "berlusconismo senza ipocrisie" è anche privo di "sorprese", ormai incapace lui di distinguere la disonestà intellettuale da quella fattuale si inventa cose.
Perché distanza di vent'anni è ancora immerso nella spazzatura.
Forse vuole farmelo sapere. Perché è grasso?*

2

Ho cercato informazioni e letto degli articoli sull'uomo albero indonesiano. Ho guardato le foto, ovviamente, dove le sue mani e sui piedi sono completamente ricoperte da quelle mostruose protuberanze che gli hanno distrutto la vita. Le hanno tagliate e gli ricrescono, e purtroppo i trattamenti che i vari dottori hanno tentato per risolvere la situazione si sono rivelati inefficaci.

Charla Nash è stata aggredita da uno scimpanzé e mutilata: è senza mani, senza occhi, senza labbra e altri pezzi della faccia. Foto. Filmato: in un'intervista da Oprah Winfrey mostra il suo volto sfiguarato al popolo della nazione. Io ho la nausea a questo punto, per un attimo ho paura di vomitare ma per il volto e non per Oprah, dopo mi riprendo e cerco qualcosa d'altro ancora.

Ha senso confondere l'estetica con la morale come sto facendo in questo articolo? No, sul piano razionale. Si, sul piano irrazionale. Perché i mostri si vergognano come se fosse colpa loro e "gli eroi sono sempre giovani e belli".


*Ovviamente no.



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cinema
28 marzo 2011
Who's afraid of Virginia Woolf?


Truth or illusion, George, doesn't it matter to you at all?


Film carico di autodisprezzo, veleno tra i due protagonisti che si distruggono a male parole rinfacciandosi i rispettivi fallimenti.
In sintesi: Richard Burton e Liz Taylor sono George e Martha, sposati, si amano e si odiano, invitano un'altra coppia di sposi in pratica per litigare davanti a loro. Perché la loro vita è un teatro in cui cambiano in continuazione le regole del gioco, si aggredisco e cercano di riconciliarsi, si sono inventati un figlio persino.
Ma il figlio "muore" quando George non riesce più a reggere la crudeltà della moglie: le rivela la morte simbolica, con parole solenni alla fine della storia, distruggendole il cuore.

L'incapacità di generare è il suggello di un fallimento esistenziale. La finzione (il matrimonio dei due protagonisti, che probabilmente dovrebbero divorziare per poi magari risposarsi e ridivorziare) offre una dimensione di conforto rispetto alla realtà.



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26 marzo 2011
che poi alla fine gli voglio bene, veh (II)
(questo l'ho un pò riaggiustato)
Lunghissima conversazione con papà su Sicilia, Liz Taylor e Dien Bien Phu.
Vota Berlusconi convinto com'è che tutti siano in politica per fottere il prossimo, non ci sarebbero alternative etc. Lui quando era ragazzo contestava suo padre per partito preso, come fanno tutti i ragazzi giovani che sono scervellati, ma anch'io un giorno avrò la sua età e "scoprirò la saggezza delle sue parole".
Quindi la Sicilia in cui ha vissuto. Se un poliziotto incontra un mafioso deve capire che alcune cose è meglio lasciarle correre [qui parafraso, forse esagero, mi chiedo se intendesse proprio questo]. Libero Grassi è nobile. Si, certo ma [qui parafraso, forse esagero, mi chiedo se intendesse proprio questo]
Papà è un delinquente? No, però.
In tutte le mie considerazioni traspare un certo disprezzo, tra le righe, ma "dopotutto è sempre mio papà".

Infine.
Liz Taylor, tiro fuori io l'argomento. Ho visto "Chi ha paura di Virginia Woolf?" e mi è piaciuto assai, apprezzo Mike Nichols. "Quel film non lo conosco, ho visto Cleopatra", dice lui.
"Cleopatra è una schifezza", io rispondo: è un' autocelebrazione di una Hollywood già morta, di un immagine che Hollywood voleva avere di sé. Liz Taylor come l'incarnazione di questa (ossia le facevano recitare dei ruoli del cazzo e io avevo deciso che non fosse brava).
Ultimo argomento della discussione sono state le guerre ultime e quelle di decolonizzazione. Banalità mie e sue.



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25 marzo 2011
la fottuta triennale
Prendere la laurea triennale in prossimità dell'altra laurea mi sembra piuttosto ridicolo ma non ho mai voluto impegnarmi per scrivere la fottuta tesina, ho superato una decina di materie della specialistica e infine quando era proprio inevitabile per questioni burocratiche mi sono deciso.
Tutti della commissione mi ascoltano interessati perché la tesina è allegra, le maree, le onde, il sole e la luna. Well, right you are. Well we all shine on. Like the moon and the stars and the sun.
Non ho voluto nessuno perché mi sentivo piuttosto a disagio, promettendo inviti per la quinquennale prossima ventura.
Una signora mi ha adottato e mi ha fatto da finta madre: mi vedeva camminare avanti e indietro prima che toccasse a me, mi ha chiesto di esporre la tesina con il marito di fianco che si occupa di centrali idroelettriche. Mi ha seguito dentro la sala facendomi segni di incoraggiamento, non si levava di torno, alla fine mi spiega "che tu nella vita può fare quello che vuoi. Ti esprimi in modo molto brillante" Si, certo (come no). Il mondo è ai miei piedi.



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23 marzo 2011
Teseo
Un generico modello di valore, una serie di vicende che sembra tutta un poco slegata.

Come Teseo nel labirinto, forse ucciso dal minotauro. Io ho perso Arianna che era il filo del discorso, perché l'ho lasciata sull'isola dove incontrerà il Diavolo. Nel frattempo Egeo (mio padre) è morto lanciandosi nel mare perché ho "dimenticato" di issare le vele bianche come avevamo concordato se tutto fosse andato bene.
Ho già detto che la compagna di mio padre era Medea?
Aveva ucciso i suoi figli a Pisa in un film di Pasolini. Una stronza.

E' il funerale di mio padre. Cosa dico?

Qualcuno dovrà pure farsi avanti a stringermi la mano, anzi a baciarmi sulle guance com'è tradizione, io ringrazio per le condoglianze e non so nemmeno se registro il dolore oppure no.
Se sono un mostro oppure no, che percepisce ogni cosa dall'esterno e aspettava questa scena con una certa curiosità (la storia delle vele). Cercherò di fare bella figura in questo momento solenne, avendo dalla mia tutta l'attenzione e la simpatia della sala. Io tenterò di articolare la forma del discorso nel modo migliore possibile, avendo da tempo rinunciato a un contenuto davvero interessante.
Retorica: "Egeo era un uomo valoroso etc."
Non sono tutti valorosi questi nobili greci? Non siamo tutti uguali?

Invecchio orribilmente.
Accolgo Edipo a Colono. Poi rincoglionisco e c'è la tresca tra Fedra e Ippolito, cioè la tragedia di Racine. Dopo aver conosciuto un gran numero di persone del gran mondo, persino Eracle con cui feci una gara di virtù, a un certo punto muoio.
Mi raccomando, al funerale un bel discorso!
Chissà, forse io ho vissuto solo per quello.



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22 marzo 2011
che poi alla fine gli voglio bene, veh
(con un pò di enfasi, strumentalizzando l'accaduto, qualcosa da riferire, troppo adolescenziale questo, mi infastidisce)

Esco con mio padre e mi sento raccontare balle sui problemi che lui sta vivendo con la figlia diciottenne, la mia sorellastra estraniata.
Tutti i suoi altri figli, fratellastri che praticamente non ho mai conosciuto, ritornano nella discussione. I loro problemi a scuola, i corsi di musica e le lezioni private di matematica, le amiche sballate conosciute a Brescia con le quali la ragazza avrebbe fatto uso (attenzione!) di droghe leggere.
I nuovi prototipi devono farmi sentire vecchio, bruciato, in fondo ignorato da un padre sconsiderato, tra affetto e odio e indifferenza, due baci sulla guancia quando ci salutiamo e apro la portiera.
Ecco, io ho l'impressione di essere dentro un equivoco per quanto fuori dalla macchina [e qualcuno potrebbe dire che sono stato ingannato]



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politica estera
22 marzo 2011
Perché difendo comunque i Raid in Libia
di Bernard-Henri Lévy

Questo intervento, che ha come primo scopo di proteggere i civili dai massacri, è, in ogni caso, il contrario di una spedizione coloniale

Non è un intervento di terra, con carri armati, fanteria, occupazione, green zone e così via. È il contrario, dunque, della guerra, insensata, in Iraq. Il contrario della guerra, giusta, in Afghanistan. Non so se la guerra (giusta) in Afghanistan o la guerra (insensata) in Iraq fossero guerre «neocoloniali» (è infinitamente più complicato di questo); certo è che questa guerra, questo intervento, che ha come primo scopo di «santuarizzare» i civili massacrati di Misurata, Zawia, Bengasi, questa operazione di salvataggio, secondo cui nessun soldato occidentale dovrà posare un piede sul suolo libico è, in ogni caso, il contrario di una spedizione coloniale.

Appunto, cos'è una guerra giusta? È una guerra che impedisce una guerra contro i civili. È una guerra che, per parodiare una celebre e incresciosa formula (quella di François Mitterrand che tenta di impedire, fino all'ultimo, gli attacchi aerei alle postazioni serbe sulle colline attorno a Sarajevo), sottrae la guerra alla guerra. Infine, è una guerra che, lungi dal pretendere, come in Iraq, di paracadutare, in un deserto politico, una democrazia pronta all'uso, si appoggia su un'insurrezione nascente, cioè permette, e permette soltanto, ai liberatori di fare il loro lavoro di liberatori e aiuta quindi, nella circostanza attuale, i libici a liberare la Libia.

È una guerra di iniziativa francese, ma non è una guerra francese. È una guerra in cui si son visti, fin da sabato scorso, aerei francesi volare su Bengasi e cominciare a distruggere le capacità militari di un Gheddafi allo stremo e che aveva giocato l'ultima carta facendo piovere bombe sulla città. Ma è una guerra in cui sono entrati, a fianco della Francia e degli occidentali, nella stessa coalizione, il Qatar, gli Emirati, l'Egitto, mandatari sia di se stessi, sia di una Lega araba presente, fin dall'inizio, nel cuore di questo movimento di solidarietà mondiale con un Paese messo a ferro e fuoco dal proprio dirigente, sia di un popolo già impegnato (è il caso dell'Egitto) in una sommossa di cui legittimamente vuole universalizzare i comandamenti: è una guerra, dunque, non meno araba che occidentale.

Qual è lo scopo di questa guerra? Di proteggere, davvero, soltanto, i civili di Misurata, Zawia, Bengasi? Di accontentarsi, eventualmente, di un Gheddafi che finga un atteggiamento moderato, metta via le armi e si ritiri nel suo feudo di Tripoli prima di riprendersi la rivincita fra sei mesi, un anno, o di più? Credo di no. Spero di no.

Non si può pensare che la comunità internazionale faccia lo stesso errore che fece con Saddam Hussein lasciando intatta, vent'anni fa, dopo la prima guerra del Golfo, la sua capacità di nuocere, e di agire in maniera criminale.

E non si può pensare che la risoluzione adottata giovedì scorso, con un voto storico, dalle Nazioni Unite, in cui si è saputo convincere cinesi e russi a non servirsi del loro diritto di veto, dia risultati così irrisori.Gheddafi ha commesso crimini contro l'umanità. Il primo riflesso di questo Gheddafi che, ci dicevano, era cambiato, aveva rinunciato al terrorismo ed era diventato (secondo Patrick Ollier, ministro francese - fino a quando? - dei Rapporti con il Parlamento) un fine lettore di Montesquieu, non è stato di dire, appena avuta la notizia del voto all'Onu: «Attaccate i miei aerei militari? In risposta, attaccherò i vostri aerei commerciali, punirò i vostri civili provocando una, due, tre nuove stragi come quella di Lockerbie»? Con questo Gheddafi non esistono negoziati né compromessi possibili. Al suo terrorismo senza limiti la comunità internazionale ha il dovere di rispondere, all'unisono con il popolo libico e il suo Consiglio nazionale di transizione: «Gheddafi, vattene!».

Infatti, cosa vogliono i libici liberi? Chi sono? E cos'è il Consiglio nazionale di transizione che Nicolas Sarkozy, per primo, con un gesto politico decisivo e al tempo stesso coraggioso, ha riconosciuto? Certamente, non sono degli angeli (è da lungo tempo che non credo più agli angeli...). Non sono democratici alla Churchill, nati, chissà per quale miracolo, dalla coscia del gheddafismo (di cui alcuni furono, prima di disertare, servitori e debitori). Forse, ci sono fra loro persino antisionisti, magari antisemiti mascherati da antisionisti (sebbene, in nessuno degli incontri avuti a Bengasi e poi a Parigi, con nessuno dei loro dirigenti, abbia mai omesso di dire chi sono e in cosa credo).Penso solo che questi uomini e donne, come i loro fratelli della Tunisia, dell'Egitto o del Bahrein, siano in cammino verso una democrazia di cui stanno reinventando, a grande velocità, i principi e i riflessi. E sono sicuro che questi combattenti, che hanno imparato, di fronte alle colonne infernali e ai carri armati, cosa voglia dire libertà e in quale lingua dello spirito si scriva tale parola, saranno sempre meglio di un dittatore psicopatico che dell'apocalisse aveva fatto la sua ultima religione.

Bernard-Henri Lévy
22 marzo 2011
© RIPRODUZIONE RISERVATA



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16 marzo 2011
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Nausicaa della Valle del Vento (1984)
Sigla iniziale




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15 marzo 2011
Le maree e le onde.
appunti



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15 marzo 2011
Carlo XII di Svezia
Il post si trova qui.



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televisione
14 marzo 2011
Qui Radio Londra
Divertente. Quell'uomo è sempre esilarante.
Una telecronista giapponese descrive la distruzione del suo paese con voce calma e controllata. Ferrara ci invita alla calma per quello che succede a Fukushima, sul nucleare.
Non manca un riferimento cesaropapista: non chiedevo niente di meglio. I giapponesi sono un popolo che fabbrica i figli con la tecnoscienza (e quindi non possiamo prenderli ad esempio) ma di fronte alla tragedia qualcosa dentro di loro si accende e recuperano il loro sapere antico (qui possiamo di nuovo prenderli ad esempio).
L'imperatore è l'incarnazione di Dio sulla terra, praticamente il papa, ha detto al paese che bisogna stare al buio nei prossimi giorni. Non è bellissimo? Non ne sentiamo il bisogno?
Poi il capolavoro: se gli ingegneri giapponesi riusciranno a impedire la tragedia allora possiamo essere sicuri per questa fonte di energia che è indispensabile per il futuro, altrimenti ci ricorda il motto inglese "better safe than sorry" (Non era necessario rimanere calmi? Non era indispensabile questa fonte di energia fino a un momento fa? Quanti terremoti 9.0 possono succedere in Italia? Nella storia? E la nuova generazione di centrali che è molto più sicura?)

C'è tutto il fascino del fascismo, il titolo ossimorico. Il piacere un pò ridicolo della sofistica.



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13 marzo 2011
soluzioni retoriche
Mamoru Oshi
(II)
Ghost in the Shell (1995)
Nella scena l'ispettore Mokoto Kusanagi si confronta infine con il Signore dei Pupazzi




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cinema
13 marzo 2011
soluzioni retoriche
Mamoru Oshi
(I)
Patlabor 2: The Movie (1993)
Nella scena il capitano Goro si confronta con un misterioso agente segreto.




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12 marzo 2011
due fumetti giapponesi (con burattini)
Karakuri Circus di Kazuhiro Fujita

Karakuri Circus è il fumetto che ho sempre voluto leggere ma di cui probabilmente non vedrò mai la conclusione.
In Giappone le opere di Kazuhiro Fujita hanno sempre ottenuto un grande successo ma in Italia è un'altra storia.
A cominciare da Ushio e Tora che da noi fu pubblicato in due battute: la Granata Press fece uscire i primi numeri prima di fallire e poi la Star Comics riprese da dove la Granata aveva interrotto e lo concluse, poi pubblicò quei primi numeri e completò la sua edizione.
Vendendo molto poco.

Se la pubblicazione di Ushio e Tora fu un insuccesso commerciale per quel che riguarda Karakuri Circus si può parlare tranquillamente di disastro.

Ci prova la Play Press che me fa uscire una edizione di una qualità piuttosto povera e la interrompe molto presto per scarse vendite, dopo solo 6 dei 43 volumi dell'opera completa. Poi la Play Press fallisce di suo.
L'unica altra casa editrice nel mondo occidentale che si avventura  nella pubblicazione di quest'opera è la francese Delcourt/Akata e anche qui con scarsissimo successo: solo 700 numeri venduti ogni mese ma la pubblicazione riesce comunque a trascinarsi fino al numero 21 e pubblicare i primi capitoli del 22 - per gentile concessione dell'editore giapponese - in modo da portare a conclusione, per lo meno, la prima parte della storia.
Io parlo francese, recupero quei fumetti che oltralpe sono usciti e trovo che siano splendidi.

Il problema principale che i lettori italiani o francesi hanno avuto con le opere di Fujita sono i disegni che sembrano piuttosto rozzi e approssimati, specie all'inizio di Ushio e Tora (1990-1996). 
In realtà il tratto di Fujita, mi sono accorto nel tempo, non era male per nulla e anzi migliorava considerevolmente con il passare del tempo; aveva in ogni caso fin dall'inizio una qualità molto importante: si lasciava deformare facilmente e diventava comico e in alcuni momenti soprattutto violentissimo, realmente spaventoso.
Prendendo in mano Dark Museum Springald (2007) dell'ultimo Fujita si apprezzano degli enormi miglioramenti: gli sfondi sono precisissimi, affascinanti. Io trovo che abbia una grafica spettacolare.

La J-Pop si è detta interessata a riprendere Ushio e Tora oppure Karakuri Circus ma niente è stato annunciato fino a questo punto. Si vedrà.

La trama di Karakuri Circus, qui ne rivelo ampi stralci in un modo quasi criminale.
Masaru Saiga ha ereditato una fortuna colossale dal padre suscitando le invidie dei parenti che a questo punto decidono di farlo fuori.Per ucciderlo assoldano dei killer che per qualche misteriosa ragione devono utilizzare delle gigantesche marionette che manovrano con dei fili per le loro esecuzioni.
Masaru si salva grazie all'aiuto della bella Shirogane e del fortissimo Narumi Kato che apparentemente muore nel tentativo di salvarlo.

Iniziano a questo punto due trame parallele che periodicamente si incrociano: da una parte Masaru e Shirogane entrano in un circo che cercano praticamente di sollevare dal nulla e dall'altra il redivivo Narumi entra in una setta di uomini  praticamente immortali che hanno per compito quello di distruggere bambole automatiche animate da una soluzione alchemica nel secolo diciottesimo.

Terribili e cattive, quelle bambole automatiche avevano come compito quello di fare sorridere una bambola-umana di nome Francine .
Imitazione di una Francine umana, dal bellissimo sorriso, morta nel frattempo, di cui l'alchimista che aveva creato le bambole si era innamorato.
Bambole che per farla ridere metteno in piedi il terrificante "Circo di Mezzanotte" che gira per il mondo e sparge i germi della Zonapha - una sindrome che in pratica costringe chi ne soffra ad aver bisogno che gli altri ridano, si divertano. Altrimenti atroci sofferenze, quindi morte o paralisi.

Il circo di Masaru e Shirogane non c'entra praticamente niente, per lunghissima parte della storia, con sostanze alchemiche e bambole meccaniche. E' un (altro) circo composto da umani che devono preparare uno spettacolo. Punto.
Tutto si riallaccia: Masaru e Shirogane, gli assassini di prima con le loro marionette, sono tutti elementi che hanno un ruolo in un intreccio piuttosto complicato che si comprende soltanto un poco alla volta.

Un manga molto interessante che affronta il tema della deumanizzazione (in senso meccanicistico) e dell' apparente naturalità delle emozioni , e della risata ovviamente. Il mondo viene devoluto a spettacolarizzazione dello stesso (il circo).
Attenzione: è un shonen.



Pluto
di Naoki Urasawa (su un soggetto di Osamu Tetsuka)

Questo manga è una rivisitazione di Urasawa di un episodio di Tetsuwan Atom (Astroboy) intolato "Il più grande robot del mondo".

Il manga originale di Tetsuka è stato pubblicato tra il 1952 e il 1968 e raccontava la storia di Atom, un bambino robot che doveva sostituire Tobio, ovvero il figlio del geniale dottor Tenma morto tragicamente in un incidente automobilistico.
Il fumetto ebbe uno straordinario successo di pubblico e ancora oggi è molto popolare in Giappone: le sue storie sembrano indirizzate a un pubblico di bambini ma Tetsuka non si faceva scrupolo di aggiungere elementi di tragedia in questa narrazione. Si può fare un confronto con il Topolino della Disney: le storie sembrano avere lo stesso target, il sottesto è completamente differente.
Nel manga di Tetsuka il tema principale è l'accettazione o il rifiuto del diverso : i robot sono osteggiati e quindi sono vittime di razzismo, Atom è rifiutato da suo padre perché è soltanto un'approssimazione di Tobio, una parodia, un'immagine troppo perfetta e inumana. Quindi viene allontanato e venduto a un circo. Soffre.
Ne "Il più grande robot del mondo" uno scienziato costruisce un robot di nome Pluto che deve distruggere altri sette robot, considerati i più avanzati, per potersi affermare come il più forte tra tutti. Tra questi Atom. Si affronta ancora una volta il tema della guerra e, ancora una volta, quello della reciproca accettazione.

Pluto viene pubblicato tra il 2003 e il 2009, riprende e espande la storia originale restituendo un clima di inquietante "realismo" .
Non saprei metterla in termini migliori di come è scritto in una delle introduzioni pubblicate nell'edizione italiana:
"Questo realismo è però cosa ben diversa dalla "cinematograficità" propria di Osamu Tezuka. Il gusto grafico espresso nelle tavole di Tezuka rimane pur sempre legato al fumetto dell'epoca prebellica e quello Disney: questo permette l'uso di ambientazioni irreali, la rappresentazione di corpi che sfidano ogni legge fisica o gag nonsense in cui, per esempio, le braccia di un personaggio si allungano come se fossero fatte di gomma.
[...]
Non sto tuttavia affermando che Urasawa abbia ribaltato le carte in tavola, abbandonando l'"assurdo" fumettistico per un realismo assoluto. Al contrario: al contrario la verosimiglianza del tratto contrasta con il vero "assurdo" dei contenuti.
[...]
quando i ricordi fumettistici che affollano la mente di Urasawa (e la "memoria" è un concetto chiave di tutta la sua opera!) vengono riassemblati attraverso il filtro del suo "realismo" grafico, ciò che ne risulta è l'incubo."

Per completezza: questa introduzione, presa qui a stralci, è di Fusanosuke Natsume, un critico di fumetto.



Questi due fumetti parlano di imitazione della vita e quindi affrontano il tema del falso. E' presente un "rimpiazzo", o un "impostore", che sostituisce una vittima innocente. Questa considerazione è fonte di inquietudine per il lettore.


Post Scriptum - Questa battuta è presa dal sito di Daniele Luttazzi:
1. Carlo Rossella: "Nevica a Tokyo. La principessa Masako è triste. I giardini imperiali sono gelati. La fioritura dei ciliegi è rinviata a fine aprile." (Il Foglio, 11 mar 2011)
2. Giappone, terremoto devastante con scosse fino a 8,9 Richter. A Tokyo crolli e vittime. (repubblica.it, 11 mar 2011/Paolo Carbone)




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11 marzo 2011
Jesus Christ Superstar (II)
Questa mattina ho letto un articolo di Claudio Magris in cui egli parlava del libro di Joseph Ratzinger su Gesù Cristo.
Convivono “due nature, umana e divina, di Gesù. La prima non viene assorbita dalla seconda e Gesù fino alla fine, nel Getsemani, giustamente ‘resiste’ di fronte al sacrificio, provando – scrive il Papa – una ‘paura abissale’.
Nella sua natura umana soffre e ha dei dubbi, si interroga e compie la scelta più eroica, siccome la compie in quanto uomo si può portare come esempio ai sacerdoti, ai fedeli e in generale a tutti gli esseri umani.
Non ho letto il libro, mi piacerebbe leggerlo ma difficilmente ne troverò il tempo (ho un numero infinito di libri che vorrei leggere, vedremo).

Voglio esporre quello che penso io del Getsemani.

1

In quel momento avviene il confronto tra l'imperativo morale ("tu devi") e le porzioni più fragili dell'individualità di Gesù, che evidentemente ha paura di soffrire.
La prima ha un carattere più astratto e "inconcreto", è la divinità per intenderci. Si sovrappone un controcanto: l'immanenza della carne, hic et nunc.
Il Getsemani è il momento in cui si confrontano la storia - intesa come serie di eventi particolari e univocamente indenticabili nello spazio-tempo - e l'eternità come orizzonte mitico degli eventi in cui tutto è già successo, in cui si riassume tutto quello "che sarebbe potuto succedere".

2

L'affermazione della divinità di Gesù Cristo riporta sulla terra il concetto stesso di "Dio".
Ogni uomo ha (anche) natura divina e quindi è innocente perché condannato eventualmente da Qualcuno che comunque costituisce una parte di lui. Quindi buona novella, nuovo contratto.

3

Gesù Cristo è un burattino, come il personaggio di un romanzo. E' sceso sulla "terra" perché "il creatore" potesse svolgere attraverso di lui un'operazione di autoanalisi.
Generalizzando: "noi" siamo dei pupazzi manipolati dalle nostre ambizioni e fantasie, sperimentiamo tutti quegli ostacoli dolorosi che una volontà astratta e inconcreta non può tenere presente.
Nel nostro personale Getsemani ci arrabbiamo con il "creatore" e bestemmiamo: ossia riveliamo la parte più immanente (bestiale) del nostro io.



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11 marzo 2011
ingegneria meccanica
1

Ragioni della scelta:

- competizione con mio fratello, mi sembrava un lavoro di prestigio (motivo stupido)
- facilità nel trovare lavoro (motivo vigliacchetto)
- L' Uomo senza qualità di Robert Musil, Illuminismo di Nietzsche (motivo pretestuoso)
- non ho alcun talento, tanto vale essere una macchina. Devo dimostrare di essere qualcosa di più di una macchina. No, mi arrendo. Sono una macchina (motivo deprimente)

2

Pulling Strings: The Geppetto Effect

Everyone knows about claustrophobia (the fear of confined places), agoraphobia (the fear of public places) and xenophobia (the fear of strangers). But what about pupaphobia, the fear of puppets? Puppets are creepy. Whether they are jerking around on strings or bowing on the tips of fingers, they seem to make people nervous.

So, at the annual meeting of the American Psychoanalytic Association in December, Roman Paska, a master puppeteer, and Eric Neutzel, a psychoanalyst in St. Louis, got together to discuss the fear of puppetry and what can be done about it.

People apparently do not understand their own horror of puppets. According to Mr. Paska and Dr. Neutzel, the fear of puppetry has less to do with the specter of manipulation than people think. For centuries, Westerners have wrongly cast the puppet as ''a symbol of man manipulated by higher forces or beings,'' Mr. Paska wrote in an essay titled ''The Inanimate Incarnate.'' Heinrich von Kleist's seminal 1810 essay ''On the Marionette Theater'' treated them as surrogate human beings too. But apparently the human aspect of puppets is not what makes them scary.

''It's the absence of the human that is frightening,'' the fact that the puppet appears both dead and alive, Mr. Paska said. ''The puppet is a dead thing and it's up there moving. If it provokes deep anxieties, that's why.'' The closest human analogies to puppets are not powerless citizens under dictators but mummies and corpses made to dance.

In fact, puppets were once explicitly used to represent the dead, Mr. Paska said. Pulchinella, the puppet that came before Punch and Judy, spoke with a swazzle, a reedy piece in the mouth, which is still used by Rajastani puppeteers and is called the voice of the dead.

Puppets show us that ''our own existence is not so different from a table,'' Mr. Paska said. In the blink of an eye, the inanimate can become animate, and the animate can become inanimate again.

In other words, the puppet is part of what Freud called the uncanny: ''that class of the terrifying which leads back to something long known to us, once very familiar,'' to a time before we were alive. It is worth noting that ''puppet'' comes from the Latin ''pupa,'' which is not only the root for the French word for doll, poupee (Freud's example of an uncanny object), and the English word puppy, but also the name for a creature enclosed in a cocoon, not quite alive and not quite dead.

African and Asian cultures have always been more mindful of the puppet's awful ''otherness'' and its strange power, Mr. Paska noted. For example, in Indonesia, puppeteers have the status of priests and are thought to spiritually possess their puppets during the performance. Indeed, it is considered dangerous for puppeteers not to finish a show, Mr. Paska said, and when a puppeteer dies, his puppets are buried with him.

Puppetry is a kind of necromancy. ''A puppet doesn't exist alone,'' Dr. Neutzel said. By itself, ''the puppet is just a dead thing.'' If the audience fails to imbue it with life, there is no show.

Conversely, ''any object to which people attribute life and energy'' can be a puppet, Mr. Paska explained. He recalled a performance enacted by a coffee bean and a match, a love story. During the show the two objects acquired character traits. When the coffee bean was lost in a pile of other coffee beans and the match made an attempt to find the bean, ''the audience knew one was special,'' said Paska. ''And when the bean was ground up, it was heart-wrenching,'' he said. ''The audience was almost in tears.''

That is how a ritual object is born, Mr. Paska said. ''The audience is complicit.'' And, he points out, that is not a controlling impulse, a wish to manipulate, but a creative impulse, a way to multiply the self.

Or a way to work out inner conflicts: since puppets are not really alive, people relate to them more freely. ''Puppets can express the audience's forbidden impulses better than theater,'' said Dr. Neutzel. If Punch throws a baby out the window and almost kills Judy, no one is the worse for it. It works the other way too. In ''The Great Gabbo,'' (a movie that has occasionally been spoofed on ''The Simpsons'') the dummy, Otto, expresses all of the cruel puppeteer's soft emotions.

''Puppets are ideal objects for working out human problems at a distance,'' Dr. Neutzel said. That is why puppetry is lot closer to Antonin Artaud's idea of the theater, catharsis, than to Bertolt Brecht's idea, instruction.

''The audience projects something onto the object,'' Dr. Neutzel said. Thus, the puppet can become what psychoanalysts call a transitional object, like a blanket, which can make a child feel the presence of something that is not really there. It is a connection between himself and something he left behind (his home, his mother). With the use of this object he can, in a sense, bring the dead alive.

Still, with all the fears there are in the world, why would a psychoanalyst deal with the fear of puppets? Maybe it has something to do with the charge of manipulation. Manipulation, Mr. Paska noted, is a problem word not only for puppeteers but for psychoanalysts too. In other words, just as puppeteers do not like to think of themselves as masters pulling strings, so psychoanalysts do not like the suggestion that they are practicing mental manipulation, trying to get their patients to say and do what they command.

Psychoanalysts, like puppeteers, would prefer to think of themselves as liberators who can wake up the living dead. Well, let the show begin.




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10 marzo 2011
esercizi di stile 4
Eneide
Il vuoto si misura in milioni di stanze,
e le persone sono personale,
mobili in un immobile,
sono chiuse le immagini, è chiusa l'immaginazione.

Si disgregano in discorsi futili -
pensieri già fatti, umori soffritti,
interiora di vitello
scivolano nel mio stomaco come anime morte dell'Ade.
(Oltre la tomba un finale posticcio per i numeri estratti)

E raccontare!
Enea salpa e arriva a Roma,
fonda una città quasi controvoglia,
delenda Cartago frattanto,
ardet amans Dido traxitque per ossa furorem,
c'è da fondare un impero di un milione di stanze.
Certo alla fine a qualcosa serviranno.



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8 marzo 2011
say my name, born again
1


Mimì è il capitano della squadra e deve essere una santa: quindi si allena nella ricezione con le catene ai polsi.
Nelle siglia finale giapponese, che è straordinariamente malata, si insiste sugli avanbracci e i polsi resi sanguinanti da questa pratica insensata.
Ovviamente un simile allenamento non serve nella realtà ma è solo stupido e crudele, ma il misticismo obbedisce a regole fantastiche e tutte sue.


2


Parentesi sociologica.
Il Giappone del dopoguerra è un paese pieno di orfani. Lo sviluppo economico e la scoperta del futile (la pallavolo) sono vissuti con un profondo senso di colpa.
Sono necessarie grandi sofferenze per ricostruire e cercare di realizzare, ora che sembra possibile, un domani migliore.
E'invecchiato molto male questo cartone/fumetto al contrario, per esempio, di Rocky Joe.

3

Tu sei innamorata di un'idea e desideri talmente tanto che questa seguiti a essere presente da cedergli in continuazione una grande parte delle tue energie. Inattuabile, inconcreta.
Soffri, questo è. Vuoi donargli la tua carne, perché a te cosa serve in fin dei conti?
E'un parto che non è un parto, un qualcosa che non ha senso. Ti prego, smettila.

Quindi la morte di Dio, il "caso Eluana", elaborazione del lutto, relazione tossica etc.



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8 marzo 2011
fumetti coreani che seguo? Due
Il grande Catsby di Doha
E' un fumetto carino ma non straordinario, fino a dove sono arrivato perlomeno. Un giovane squattrinato di Seul senza arte né parte deve riuscire a sopravvivere e ricostruirsi una vita dopo essere stato lasciato dalla sua ragazza.
Le analogie con l'opera di Fitzgerald sono tematiche. Riguardano in particolare il rapporto con la ricchezza e la possibilità (o impossibilità) di riprendesi dopo la fine di una relazione particolarmente tossica.
Si sono palesati per me due problemi: i volumi italiani costano molto (comunque li ho comprati) e la pubblicazione in Italia è stata interrotta per sempre. Devo recuperare i fumetti francesi per sapere come va a finire.




Ciel - The Last Autumn Story
di Rhim Ju-Yeon
I fumetti in Giappone sono distinti in funzione del pubblico di riferimento: ragazzini (shonen), ragazzine (shojo), maschi adulti (seinen), donne adulte (Josei).
Stessa cosa in Corea: questo è un fumetto per ragazzine e quindi un sunjong manhwa. Carino, molto belli i disegni e l'autrice è particolarmente spiritosa, in alcuni momenti diventa una parodia del genere. E'ambientato in un'accademia di magia. La pubblicazione in Italia prosegue estremamente a rilento perché l'editore italiano rilascia forse un paio di volumi ogni anno. Qui ottavo volume, in Corea del Sud quindicesimo. Comincio a pensare che me lo abbiano interrotto.



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cinema
7 marzo 2011
film consigliati da Sogni e Bisogni (1 di 2)
Il sapore della ciliegia di Abbas Kiarostami
                 


Il signor Badii, il protagonista, sta cercando qualcuno che gli faccia da becchino in cambio di denaro. La notte stessa vuole prendere dei sonniferi e l'indomani mattina il suo corpo aspetterà il nuovo assunto presso una buca perché lo ricopra di terra.

Interpretazione sociologica:
L'analogia è quella con un paese (Iran) che si sepellisce da solo. Spento, devitalizzato, pieno di vergogna.
Badii è "come il concime che serve a un albero", soffre per tutto il dolore delle persone che lo circondano e si propone come sacrifcio umano necessario per il rinnovamento.
La scelta è tanto più nobile quanto il sacrificato si rende conto del valore della sua vita.


Interpetazione intimista.
E' legittimo il suicidio?
Badii crede di essere già morto e dovunque vada egli vede terra che viene rovesciata, cioè un suggerimento di quello che deve essere il suo destino.
L'anima è spenta, continuare non ha senso o almeno così sembra. A un certo punto entra in scena un personaggio che mi ricorda Platon Karataev da "Guerra e Pace": la vita, devi capire, è degna di essere vissuta.

Il comportamento di Badii è piuttosto equivoco.
Rifiuta di parlare di se stesso riconducendo tutto a questioni di natura astratta e soprattutto vuole coinvolgere qualcuno nell'esecuzione.

Quindi:
Il viaggio è la ricerca di un complice che legittimi il suo suicidio e ne riconosca la dignità.
Ma anche inconsciamente vuole essere fermato e riallacciare così una relazione con la comunità

E ancora:
Tutte le costruzioni intellettualistiche di quell'architettura che per forza di cose è la nostra esistenza non possono nascondere il fatto che noi siamo progettati per vivere e trarre piacere dalla natura stessa ("il sapore della ciliegia").
Il film stesso è "Il sapore della ciliegia", ossia vuole rievocare ecc.
Una ciliegia tira l'altra, in fondo.


Kiarostami lascia a Badii la responsabilità del gesto: è libero di sceglere se morire o non morire ma la scelta, questo deve intenderlo, potrebbe essere il risultato di una momentanea ottenebrazione del giudizio.
Una volta compreso questo inghippo deve focalizzare la sua attenzione su ogni piccolo particolare e gli sembrerà straordinaria la semplice e miracolosa esistenza delle cose.
Nel finale non ci viene mostrato se Badii muore oppure si salva ma vediamo una troupe cinematografica sulla scena negli ultimi minuti: questo film che gira se stesso e tutto si risolve nella meraviglia e nello stupore.
Io ho trascorso tutto il film nella mia testa senza farmi mai davvero trasportare.



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5 marzo 2011
Attack No.1!
"Mimì e la nazionale di pallavolo" è uno di quei vecchi cartoni giapponesi anni settanta/settanta che si segnalano per un'atmosfera assai triste e l'esilarante etica della sofferenza e del sacrificio che li caratterizza.
Nel mirabolante episodio 53 Sutomu muore e nei suoi diari spiega perché ha nascosto per lungo tempo i suoi dolci sentimenti per la protagonista: "Confesserò il mio amore per Mimì solo quando lei diventerà l'attaccante numero 1 al mondo". Che adorabile malato di mente!
Io trovo incantevole la sigla italiana e quella giapponese e poi l'atmosfera.
La Jpop ripropone il manga nei prossimi mesi.


Propongo altre due cose: questo vecchissimo post che avevo scritto e ho recuperato giusto oggi (molti li avevo cancellati e altri nascosti, quindi persi di vista) e un articolo del 2009 del Corriere della Sera intitolato "Berlusconi e le chiese finlandesi" in cui si spiega qualcosa della difficile (incomprensibilmente) relazione tra il nostro premier e il paese scandinavo.



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letteratura
3 marzo 2011
Zelda Fitzgerald
Se io non riuscissi a esprimere con le parole quello che voglio dire?

Il giudice, mio padre, aveva detto "no, perché il ragazzo è povero".
Ma tu ti impegni e diventi un grande scrittore, una nuova persona che può sposare la regina di questa storia (sarei io).
Io dico sì quando non c'è niente da ridire, ti amo. Un bacio.
E' tardi per aggiungere qualcosa, che doveva essere detto e non è stato espresso. "Taccia per sempre", non è questa la formula?

I balli si succedevano uno dopo l'altro nella nostra vita perché noi davamo feste in continuazione, con milioni di persone, divertimenti, risate, ancora un brindisi, in alto i bicchieri. Io sempre al centro di tutta la rappresentazione con l'impressione di essere soltanto un elemento della scenografia.
Vuoi dire qualcosa? Hai visto, alla fine della sera, tutti quei vetri rotti sul pavimento della sala?

Io ero Daisy che Jay Gatsby amava, anche se lei non lo meritava, per la quale lui moriva, nel libro del 1925. Anche se Jay Gatsby non è mai esistito perché era un nome e un'identità costruiti dal protagonista solo per raggiungermi.
Una donna dovrebbe sentirsi lusingata da tutte queste attenzioni, non è vero?

La nostra vita, e la mia in particolare, le ha trasformate negli anni in una costruzione irreale e io sono diventata una creatura fittizia che esiste solo nella sua autocelebrazione. Idealizzata e svalutata al contempo.
Alzo la voce perché ho paura di non averla una voce.

Io ero Nicole nel libro del 1934. Una moglie difficile, probabilmente una stronza, certamente una pazza.

Ma io urlavo soltanto perché volevo avere una voce per poterti raggiungere. O mille voci, perché i medici hanno detto che sono schizzofrenica. Volevo essere ballerina o scrittrice o pittrice.
Voglio avere una voce per riuscire a [essere degna di] parlarti o, meglio ancora, averti potuto parlare prima che tutto si rompesse.



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2 marzo 2011
entelechia
Il gomitolo etc. (Blog assai autoreferenziale)
Era anche un Re dei Ratti, ora che ci penso.
Tutto era legato insieme in quel prodigio e niente era pensabile che a questo non facesse riferimento in qualche modo.

Infine, quando è stato rimosso, quanto mi sono sentito sollevato!



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