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cinema
26 aprile 2011
Quel che resta del giorno (1993)
Il film di cui volevo parlare si intitola "Quel che resta del giorno", del 1993 tratto dal romanzo di Kazuo Ishiguro per la regia di James Ivory. Splendide le interpretazioni dei due protagonisti, Anthony Hopkins ed Emma Thompson che "sono" rispettivamente un maggiordomo e una governante, Mr. Stevens e Miss Kenton.
Il film è certamente tragico e racconta la storia di queste due persone prigioniere della loro stessa vita di servizio, lui in particolare, incapaci di uscire da un registro professionale e quindi di esprimersi liberamente. Esseri umani, non utensili o parte dell'arredamento di un ricco signore in un grande castello! Il maggiordomo e la governante sono costretti a ripercorrere sempre gli stessi corridoi, in giornate tutte uguali che si ripetono automatiche una dopo l'altra: questo a causa della troppa paura che lascia che loro siano prigionieri di questa loro ruolo.
Quale parte del giorno è rimasta, che non sia stata ceduta al nobile padrone? Che era collaborazionista con i nazisti tra l'altro, il padrone.
Cosa resta dello spirito di un uomo che vive per servire e si ritiene inferiore al signore a cui obbedisce?
Perché Mr. Stevens è il ritratto stesso della umiltà e il suo programma non contempla una qualche critica al comportamento di chi serve.
Ecco la sua sventura è essere il protagonista della sua stessa vita quando in realtà vuole esistere in quanto comparsa, a Lord Darlington (James Fox) cedeva questa sua vita. Così non poteva dichiarare il suo amore per Miss Kenton e forse neppure rivelarlo a se stesso. Noi osserviamo i loro scambi, capiamo che c'è un interessamento affettivo da parte di lei nei confronti di lui e viceversa ma tutto rimarrà soffocato, nel linguaggio maschera che tutto associa alla loro vita professionale.
Lei a un certo punto cede e lascia la casa, trova un uomo, si sposa; lui resta solo, sente la sua mancanza e alla fine la rivuole indietro. "Perché era una straordinaria governante", così se ne esce.
Il film racconta anche la fine dell'idea stessa di aristocrazia, che poi era tenuta in piedi dall'ossequio di tutti i Mr. Stevens, e con questa il tramonto dell'Impero Britannico che nel mondo viene sostituito dagli Stati Uniti d'America, assai più informali è il caso di dirlo, e in effetti il nuovo padrone del castello è un americano (Christopher Reeve).
Ah, io mi sento molto come Mr. Stevens! Ho passato tanti fine settimana lavorando come cameriere in un pub/birreria, acefalo io e tutto quel posto, sentendomi lì dentro assolutamente bruciato



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cinema
15 aprile 2011
10 film che odio
L'ANNO SCORSO A MARIENBAD
Avevo visto Hiroshima Mon Amour e l'avevo apprezzato, quindi mi era venuta voglia di guardare qualcosa d'altro di Alain Resnais. Ricordo poco di questo film, tranne il fatto che l'ho detestato. Giorgio Albertazzi sta perseguendo una donna sposata e vuole convincerla che si sono già conosciuti e amati l'anno prima a Marienbad.
Come Hiroshima la percezione annichilente di un amore assoluto ma lontano (o che si allontana nella coscienza) e che si impone sul presente delle persone stravolgendolo. Complicato, ripetitivo e noioso. Ma questo ovviamente è solo il mio parere.

NOVECENTO
perché Bertolucci quasi sempre mi infastidisce. Uomini contro mobili, ideologia ideologia. Pure troppo lungo.

LO STRANO CASO DI BENJAMIN BUTTON

Questo è terribile. E dire che lo attendevo (Fitzegerald) ma è Forrest Gump all'incontrario con un protagonista che sembra congelato, una storia d'amore brutta e inquietante, incredibilmente noioso.

IL MILIONARIO
I film che vincono gli Oscar sono tante volte dei pessimi film e questo non fa eccezione. Il gioco si capisce nei primissimi minuti o nel trailer. Non sono riuscito a trovare il minimo investimento emotivo nella vita dei due protagonisti in questo racconto che vuole essere strappalacrime.

LAGAAN

Ancora a proposito di India.
Io volevo provare un film di Bollywood e ho fatto un solo tentativo. Mi sono basato sulle recensioni che ho trovato online e una del Guardian in particolar modo era entusiasta. Sembrava divertente: l'India al tempo del colonialismo inglese, una partita a cricker, canzoni e balli!
E'stato un disastro. Lagaan è ridicolmente brutto e io guardandolo non sono nemmeno riuscito a capire le regole del cricket (no, non ho voglia di guardare su Wikipedia).
Troppo lungo per quella che è la storia e dopo oltre due ore ho visto la terza a salti scoprendo la storia superprevedibile come mi aspettavo.
Mai più cinema indiano. Anzi no, voglio guardare l'adattamento di "Orgoglio e pregiudizio" con Aishwarja Rai, che certo sarà insulso -ne sono assolutamente sicuro - ma il romanzo di Jane Austen mi era piaciuto e sono curioso.

DEPARTED
Remake di un film di Honk Kong che non ho visto. Tema del doppio. Gioco al massacro di tutti i personaggi che si agitano in una trama troppo convoluta. La questione del falso padre Scorsese l'aveva sviluppata meglio in Gangs of New York.

NO COUNTRY FOR OLD MEN

"Perché questo film sarebbe bello?"
"Perché il buono muore alla fine e questo simboleggia il fatto che il mondo/narrativa attuale non crede nelle favole ma si confronta con una realtà aspra e crudele"
"Ah"
Io non capisco gli elogi a Javier Bardem che ha interpretato in questo film un personaggio vuoto e inespressivo. Noioso inseguimento del denaro, pochissime parole, nessuna idea. Si, tranne la "la realtà dura e crudele" di cui uno stanco Tommy Lee Jones prende mestamente nota.

LA TRILOGIA DEL SIGNORE DEGLI ANELLI

Dove iniziare?
I tre film si confondono nella mia testa, perché sono praticamente tutti uguali, in un lungo e ripetitivo viaggio seguendo Frodo. Un personaggio che è il protagonista per via della sua mediocrità (per questo non può essere sedotto dall'anello, perché non ha particolari ambizioni come tutti gli hobbit). Tra l'altro Frodo è praticamente indistinguibile dagli altri tre hobbit.
Poi le lunghissime battaglie mi hanno distrutto e mi hanno spinto a chiedermi, durante "Il ritorno del re", come è perché sono stato così scemo da vederli tutti e tre quando già il primo non mi era piaciuto per niente.

AVATAR

Come Titanic dopo averlo visto una prima volta al cinema si è rivelato inguardabile una seconda volta in televisione. Ricorda Aliens (ultramilitarismo e Sigourney Weaver) e un pò Titanic (storia d'amore tra due persone che provengono da due mondi diversi mentre si avvicina inevitabile la catastrofe). Buoni e cattivi, balla coi lupi, ma tutti i personaggi sono stereotipati.
C'è la questione di internet e di second-life allusa nel corso di tutto il film ma questi temi non vengono realmente sviluppati o problematizzati

SOMEWHERE
Ne ho già parlato male su questo blog. Ancora una volta è Sofia-che-si-sente-abbandonata. Pretenzioso e vuoto.
Nota: Somewhere è evidentemente inspirato a Toby Dammit di Fellini da Tre passi nel deliro.



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cinema
8 aprile 2011
Lo sconosciuto (1927)
Film muto con il celeberrimo Lon Chaney, sempre di Tod Browning, che mi incuriosiva perché sapevo che c'era di mezzo il circo un'altra volta.
Alonzo è privo della braccia ma per finta, è un incredibile contorsionista che si esibisce per lo stupore del pubblico. E'innamorato di Nanon che è la figlia del proprietario del circo, spaventatissima all'idea che gli uomini la tocchino (!) perché è stata abusata.
Malabar è il forzuto del circo ed è innamorato di Nanon, anche lui.

L'assurdo di questa relazione: Nanon è attratto da Malabar, Malabar cerca in continuazione il contatto fisico con lei facendosi respingere (senza aggredirla, qui è simbolico), Alonzo è geloso di Malabar ma non può rivelare di essere un imbroglione e avere addirittura le braccia, Nanon ritiene Alonzo caro proprio in virtù della sua menomazione ma prima o poi quello si farà scoprire.
Quando lei lo bacerà a un certo punto, il nano che lo accompagna gli spiega che ha corso un grosso rischio: "se ti tocca in quel modo un altra volta potrebbe accorgersi che tu in realtà hai le braccia".
Per complicare la faccenda, per quanto la cosa sia persino ridondante, con quelle braccia Alonzo ha strangolato il padre di Nanon e queste sono assolutamente riconoscibili perché lui ha due polici in una mano per una curiosa malformazione, la donna ha visto il momento dell'uccisione ma non ha visto l'assassino in volto. Solo le braccia ha visto, sempre le braccia.

Ma Alonzo la ama terribilmente!
Non c'è nulla che lui non fara per averla, ci dice. Niente.
Qui si può intuire come va a finire.

Sugli arti superiori, di Malabar e soprattutto di Alonzo, si è concentrata tutta l'attenzione dei personaggi e del pubblico del cinematografo.
Abbiamo la straordinarietà fisica come unica espressione dell'identità mentre la sessualità viene paradossalmente negata in un affermazione perversa. Cosa siamo senza? Cosa siamo noi? Il titolo "Lo Sconosciuto" è rivelatore in questo senso.

Il paradosso geniale è che Nanon ama Malabar e non certo Alonzo! Che il personaggio di Lon Chaney debba mutilare se stesso "per potere stare con lei" è tragico e assurdo al contempo. Rende drammaticamente letterale la paura del contatto, che è qualcosa che esiste anche e soprattutto nell'immaginazione, e così per un equivoco - se così vogliamo chiamarlo - si rende ridicolo. La musica incalza, il volto di Lon Chaney sembra stravolto dal dolore prima, dalla follia poi. Stanza operatoria dove incontra un medico che gli deve un favore. Serie di inquadrature inquietanti.
Intanto Nanon e Malabar si avvicinano si mettono insieme: "I'm not afraid anymore, Malabar. All my foolish fears are gone"
Alonzo ritorna dopo la doppia amputazione e riceva la notizia del fidanzamento da parte di Nanon.
Questa è la storia di un impressionante e inutile investimento amoroso e del completo annullamento che ne è seguito. Se tutto si è cortocircuitato in una storia d'amore, per quanto improbabile, dopo che resta?

"Remember how I used to be afraid of his hands? I am not anymore, I love them now"



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cinema
6 aprile 2011
Freaks (1932)


Il film Freaks del 1932, di Tod Brownin. è un freakshow come d'altra parte suggerisce il titolo.
L'uomo senza gambe che cammina sulle mani, quello senza arti si arrotola una sigaretta, i microcefali sono come bambini e Dio li ama, la donna barbuta, le sorelle siamesi, e tra gli altri Hans e Frieda una coppia di nani che si sono fidanzati.
Ma Hans si è invaghito della bella e normale trapezista, Cleopatra, e lei scopre che in realtà è ricco e decide di sfruttarlo fingendo di ricambiare. A darle una mano in questa messa in scena arriva Ercole, il forzuto del circo. Cleopatra e Hans si sposano e poi il nano, secondo il piano, dovrebbe morire avvelenato, ma prima c'è la festa che segue le nozze.
E' un momento decisivo. All'improvviso durante i festeggiamenti parte un coro, in cui i freaks proclamano la loro volontà di accettare Cleopatra nella loro comunità, "Gobble, gobble, she is one of us!"
Lei è ubriaca, spaventata, inorridita, gira una coppa piena di vino tra i commensali e tutti ne bevono per risolvere la cerimonia, ma quando arriva il suo turno la donna non riesce a sopportare la situazione e allora li insulta chiamandoli mostri e getta il contenuto della coppa. Così i freaks si sono insospettiti.
Nei giorni successivi quando Hans viene in effetti avvelenato loro si accorgono per tempo di quello che sta succedendo e salvano il loro compagno, quindi si vendicano di Ercole e Cleopatra. In modo terribile, terribile davvero.
Mutilata entra in scena la ragazza-gallina, la nuova attrazione del freakshow!
In effetti Ercole non lo vediamo perché la sua parte è stata tagliata: nella versione originale era stato castrato e cantava in falsetto.

L'opera è particolarmente violenta, se non altro dal punto di vista visivo, e quando nel 1932 venne proposta al grande pubblico fu accolta malissimo.  Così la casa produttrice ordinò dei tagli e oggi circa mezzora di film sono andati perduti per sempre, per esempio la sequenza in cui Cleopatra viene mutilata fu giudicata assolutamente eccessiva.
Inoltre il cappello introduttivo e l'incontro finale tra Frieda e Hans sono stati aggiunti successivamente. A sproposito entrambi, secondo il mio parere, perché la nuova introduzione anticipa la rivelazione della ragazza-gallina e così rovina la conclusione, e il nuovo finale serve solo ad assolvere Hans e Frieda e a dare al film una sorte di happy ending, come presumo chiedessero quelli della MGM.
A dispetto dei tagli e delle modifiche il film fu un insuccesso commerciale e in alcuni paesi del mondo venne letteralmente bandito.

E ora dopo questa lunga sinossi veniamo ai temi del film: la bellezza interiore contrapposta a quella fisica e poi l'accettazione contro il rifiuto. I freaks si percepiscono in quanto comunità e sono disposti a perdonare la loro reciproca diversità. Come una comunità spirituale, per essere precisi, e dunque teoricamente chiunque potrebbe farne parte.
I due superuomini, Ercole e Cleopatra, sono degli egoisti che agiscono soltanto per il loro guadagno individuale. Odiano i freaks e li aggrediscono, non riconoscono che tutti - loro e quegli altri - hanno in definitiva la stessa dignità di esseri umani.
Quindi avviene il rovesciamento. L'inclusione avviene alla fine ma questa volta in senso letterale e Cleopatra (come Ercole) viene ridotta a "uno dei loro".

Il film si concentra su alcuni aspetti della vita quotidiana dei freaks al di fuori della trama principale. I freaks si vogliono bene, si godono le loro famiglie, fanno l'amore tra di loro o anche con persone normali e hanno dei figli. Questo completa il quadro, posso capirlo, ma alcune di queste sequenze mi hanno annoiato.
Il film mi è piaciuto piuttosto. Mi sarebbe molto piaciuto vedere la versione originale, quella prima dei tagli.



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cinema
3 aprile 2011
Dracula (1931)
Dracula (1992)
Dracula (1931)
di Tod Browning


Renfield si avvicina con la sua carrozza al castello di Dracula. I paesani provano a dissuaderlo, qualcuno parla in ungherese (per dare un senso di estraneità) e qualcuno incomprensibilmente in inglese (per dare un senso di comprensibilità).
Nel romanzo originale non era Renfield ma Jonathan Harker,il fidanzato di Mina, ma in ogni caso l'ospite del conte è sempre un agente immobiliare venuto a trattare la vendita di una casa in Inghilterra. Bello il commento musicale, annoto. Renfield si definisce un uomo razionale e quindi prosegue verso il castello.

Il paradosso che qui si propone è come il vampiro non sia ucciso dalla "mentalità scientifica", che in definitiva non lo riconosce e lo accoglie a braccia aperte, ma anzi sia minacciato dalla superstizione (il crocifisso, il sapere antico degli abitanti del villaggio) e poi ucciso da un suo doppione altrettanto irrazionale, cioè il cacciatore di vampiri con un paletto di frassino come allegato.
"Listen to them. Children of the night. What music they make", ci dice Bela Lugosi riferendosi ai lupi, quando appare per la prima volta nelle vesti del conte. Tutto intorno sembra dimenticato e sfatto ma l'orrore vuole mostrarsi,e così regalarsi o regalarci un'ultima rappresentazione, che sia memorabile e finale.
Dracula incarna il Sogno che vuole nutrirsi e ritagliarsi un proprio spazio nel mondo, una forza affascinante ma anche incontrollabile e pericolosa (e come i sogni svanisce all'alba).

Nel romanzo originale la preda, Jonathan Harker che si consegna nel castello, non è immediatamente consumata ma esposta innaziutto alla cortese façade della gentilezza del conte, poi al graduale dissolversi di quella e l'emergere di tutta una serie di elementi soprannaturali (le succubi etc).
Nel film di Tod Browning questa situazione carceriere-ostaggio viene risolta molto in fretta: Renfield viene sedotto dal conte e impazzisce. E' ridotto a un servo dal vampiro e lo aiuta ad arrivare in Inghilterra.

Nel secondo atto il conte Dracula è arrivato a Londra. Lucy Westenra è la sua seconda vittima: romantica in modo ingenuo, affascinata dalla morte in modo superficiale - o dell'idea romantica della morte, per essere precisi - e dunque è attratta dal conte per quello che lei intuisce che lui rappresenti. Sbaglia. Muore.
Che poi qui il morso sul collo è ovviamente una sublimazione dell'atto sessuale. [Per Lucy la letteratura ha il valore di un preliminare]

Questa è la seconda chiave di lettura. Mina - di cui Lucy è la versione più disinibita, un doppione, un travestimento - è indirizzata verso un matrimonio convenzionale con il noioso Jonathan. Dracula si suggerisce come nuovo pretendente, di fatto ridicolizzando il formalismo del fidanzamento [oltre che altri formalismi come l'aristocrazia]. La relazione sentimentale viene ricondotta a un discorso di nutrizione: Renfield è una creatura inferiore e si nutre di mosche, Dracula di giovani fanciulle, Mina allusivamente si nutre di Jonathan. Noi abbiamo paura di quello che desideriamo e neghiamo di desiderare e quindi, con una metafora, dai vampiri che invitiamo.

Chi risolve la situazione?
In scena Van Helsing: "I may be able to bring you proof, that the superstition of yesterday can become the scientific reality of today". Il rovesciamento di cui dicevo prima.
Questo personaggio parla con un accento straniero, esattamente come Dracula di cui è il doppio speculare. Interroga Mina perché c'è qualcosa che non vuole dire o non ricorda.
Il volto che lei ha visto nel sogno si è avvicinato? L'ha toccata?
Lei porta un foulard che le copre completamente il collo.
C'è qualcosa che non va con la sua gola? Permettetemi.
No, la prego!
Piccoli segni sul collo, e la ragazza che sembra eccitata quando subito dopo compare il conte. Van Helsing, il padre di Mina e Jonathan scoprono che Dracula è un vampiro, alla fine del secondo atto, e da quel punto in poi si comportano come un gruppo di maschi che vogliono proteggere l'integrità delle donne del loro branco.

"The strenght of a vampire is that people will not believe in him"
, spiega Van Helsing. Siamo nell'ambito di una psicanalisi ante litteram e non sembra casuale che tutta la parte di Londra di fatto orbiti intorno a un manicomio.
Dracula non uccide Mina perché lei è il fulcro di tutta la rappresentazione. Una donna che ha paura dei suoi desideri e il pubblico - nell'Inghilterra Vittoriana o negli anni trenta - che ha paura di una donna liberata (la nuova Mina è un vampiro, ritorna normale quando Dracula viene ucciso).


Dracula (1992)
di Francis Ford Coppola


Rispetto al film del 1931 la versione di Francis Ford Coppola pone una maggiore enfasi sul title character, il conte Dracula.
Bela Lugosi interpretava un personaggio-funzione, sostanzialmente poco sviluppato perché le sue motivazioni non sono elaborate quasi per nulla (uccide perché deve sopravvivere? uccide perché è cattivo? cosa prova per Mina?).

1 Il Conte Dracula di Gary Oldman è un oggetto sicuramente più complesso: viene raccontata l'origine dei suoi poteri con tanto di moglie morta (Wynona Ryder) inventata per l'occasione, qualcosa di completamente assente nel romanzo, e questa spiegazione rende comprensibilie il suo innamorato nei confronti di Mina (Wynona Ryder).
Questo nuovo elemento altera completamente l'impostazione del racconto rispetto all'originale di Brian Stoker: diventa "una storia d'amore attraverso i secoli".
Dracula ringiovanisce quando beve il sangue, questo è importante, e così non muore: ritornando indietro idealmente rende possibile la sovrapposizione tra passato e presente, e così rende manifesto il suo rifiuto dell'ineluttibilità del destino. La natura dell'identità di Mina diventa ambigua per Dracula e lo spettatore. Di tutte le Mina possibili e immaginabili, ossia di tutte le donne esistenti.

2 L'amore è una forza che redime, la sua scomparase conduce il conte in rotta di collisione con Dio e lo trasforma in un mostro. Ah, questo è praticamente un ricatto.

Una differenza sostanziale rispetto al film del 1931: il Dracula del film di Coppola non vuole vampirizzare Mina perché è troppo innamorato, allora è lei che insiste. "Take me away from all this death", dice. Nel frattempo aveva sposato il redivivo Jonathan Harker.
Associato all'amore c'è anche il problema della nutrizione, avete presente il film The Addiction di Abel Ferrara?

3 I primi discorsi tra Mina e Lucy sono incentrati intorno alla scoperta del sesso, che è sempre un elemento fondamentale della trama. Poi è tutto un crescendo.
Qui valgono tutte le stesse cose che ho scritto riguardo la versione del 1931.

4 Van Helsing è interpretato da Anthony Hopkins. [E' come un bambino che] si prende gioco di tutti gli elementi truculenti della storia e dei retroscena romantici o sentimentali o sessuali.
Incarna l'elemento ludico della rappresentazione.

Questo è un film nient'affatto sottile, anzi è assai volgare. In ogni sequenza l'elemento horror è reso talmente esplicito che la pellicola sembra una parodia del genere. I sentimenti sono praticamente urlati dalle scelte della regia, con continue sovrapposizioni di immagini e ricordi sull'immagine che descrive il presente. Troppa retorica. Il film non mi è piaciuto.



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28 marzo 2011
Who's afraid of Virginia Woolf?


Truth or illusion, George, doesn't it matter to you at all?


Film carico di autodisprezzo, veleno tra i due protagonisti che si distruggono a male parole rinfacciandosi i rispettivi fallimenti.
In sintesi: Richard Burton e Liz Taylor sono George e Martha, sposati, si amano e si odiano, invitano un'altra coppia di sposi in pratica per litigare davanti a loro. Perché la loro vita è un teatro in cui cambiano in continuazione le regole del gioco, si aggredisco e cercano di riconciliarsi, si sono inventati un figlio persino.
Ma il figlio "muore" quando George non riesce più a reggere la crudeltà della moglie: le rivela la morte simbolica, con parole solenni alla fine della storia, distruggendole il cuore.

L'incapacità di generare è il suggello di un fallimento esistenziale. La finzione (il matrimonio dei due protagonisti, che probabilmente dovrebbero divorziare per poi magari risposarsi e ridivorziare) offre una dimensione di conforto rispetto alla realtà.



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cinema
7 marzo 2011
film consigliati da Sogni e Bisogni (1 di 2)
Il sapore della ciliegia di Abbas Kiarostami
                 


Il signor Badii, il protagonista, sta cercando qualcuno che gli faccia da becchino in cambio di denaro. La notte stessa vuole prendere dei sonniferi e l'indomani mattina il suo corpo aspetterà il nuovo assunto presso una buca perché lo ricopra di terra.

Interpretazione sociologica:
L'analogia è quella con un paese (Iran) che si sepellisce da solo. Spento, devitalizzato, pieno di vergogna.
Badii è "come il concime che serve a un albero", soffre per tutto il dolore delle persone che lo circondano e si propone come sacrifcio umano necessario per il rinnovamento.
La scelta è tanto più nobile quanto il sacrificato si rende conto del valore della sua vita.


Interpetazione intimista.
E' legittimo il suicidio?
Badii crede di essere già morto e dovunque vada egli vede terra che viene rovesciata, cioè un suggerimento di quello che deve essere il suo destino.
L'anima è spenta, continuare non ha senso o almeno così sembra. A un certo punto entra in scena un personaggio che mi ricorda Platon Karataev da "Guerra e Pace": la vita, devi capire, è degna di essere vissuta.

Il comportamento di Badii è piuttosto equivoco.
Rifiuta di parlare di se stesso riconducendo tutto a questioni di natura astratta e soprattutto vuole coinvolgere qualcuno nell'esecuzione.

Quindi:
Il viaggio è la ricerca di un complice che legittimi il suo suicidio e ne riconosca la dignità.
Ma anche inconsciamente vuole essere fermato e riallacciare così una relazione con la comunità

E ancora:
Tutte le costruzioni intellettualistiche di quell'architettura che per forza di cose è la nostra esistenza non possono nascondere il fatto che noi siamo progettati per vivere e trarre piacere dalla natura stessa ("il sapore della ciliegia").
Il film stesso è "Il sapore della ciliegia", ossia vuole rievocare ecc.
Una ciliegia tira l'altra, in fondo.


Kiarostami lascia a Badii la responsabilità del gesto: è libero di sceglere se morire o non morire ma la scelta, questo deve intenderlo, potrebbe essere il risultato di una momentanea ottenebrazione del giudizio.
Una volta compreso questo inghippo deve focalizzare la sua attenzione su ogni piccolo particolare e gli sembrerà straordinaria la semplice e miracolosa esistenza delle cose.
Nel finale non ci viene mostrato se Badii muore oppure si salva ma vediamo una troupe cinematografica sulla scena negli ultimi minuti: questo film che gira se stesso e tutto si risolve nella meraviglia e nello stupore.
Io ho trascorso tutto il film nella mia testa senza farmi mai davvero trasportare.



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9 febbraio 2011
la profezia kryptoniana si compie infine
Volevo caricare il filmato del provino di Margot Kidder e Christopher Reeve per Superman/Superman II. Originariamente era pensato come un film doppio e il primo sarebbe finito con un climax per poi essere rincorso a un anno di distanza dal secondo che lo continuava.
Quindi la scena che provavano i due attori era una scena di Superman II o almeno sarebbe dovuto essere così. Perché sorgono dei dissidi tra i produttore e Richard Donner che a un certo punto viene mandato via e sostituito, dopo che il primo film era già uscito al cinema.
Arriva un nuovo regista, Richard Lester, che decide di cambiare alcune cose tra cui la scena in cui Lois Lane scopre che Clark Kent è Superman, che era quella del provino che vi segnalavo. Un peccato. Lester gira le scene più stupide del film: il termine giusto è camp (uso deliberato del cattivo gusto in un senso che vuole essere ironico).
Il provino viene poi recuperato per il "film" che è uscito nel 2006, Superman II: The Richard Donner's Cut il cui intento era dare un'idea di quello che era il progetto originale. Così anche tutta una serie di scene tagliate.
Volendo riassumere le differenze:
1) ci sono due scene tagliate in cui compare Marlon Brando, nella prima rimprovera il figlio per la sua  decisione di perdere i suoi poteri, nella seconda lo perdona ed estingue tutto quello che è rimasto della sua esistenza fantasmagorica che restituirglieli.
"La profezia kryptoniana si compie infine. Il figlio diventa il padre e il padre diventa il figlio. Addio per sempre, Kal El". L'allusione è la morte/superamento del genitore che rimane per sempre fissato ad un istante di tempo e alla terza età.
Brando finalmente serve a qualcosa e non è semplicemente una incredibile comparsa nei primi 10 minuti
2) Funziona meglio la storia d'amore con Lois.Io sono completamente rincoglionito da queste cose (per esempio mi era molto piaciuta la scena dell'intervista e poi del volo sopra Metropolis nel primo film). Non viene risolta dal bacio magico (!) come nella versione di Lester ma da Superman che gira intorno alla terra e riporta indietro il tempo.
Che non doveva essere la fine del primo film ma del secondo.
No, io il filmato non lo carico. Non capisco come mai ma il programma mi chiede oltra 3000 minuti per il taglio di una sequenza in neanche 4 MB. Non ho alcuna voglia di reimparare come fare questa cosa (ospizio).



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cinema
4 febbraio 2011
L'Idiota di Kurosawa
1

Incontro Piardi in un centro fotocopie, è il mio insegnante di Matematica e Fisica del liceo e porta sul suo maglione ancora la spilla delle olimpiadi di Mosca del 1980. Stella rossa del proletariato.
Gestisce un cineforum a cui qualche volta ero andato, trattenuto più tardi per l'immancabile dibattito, brillante io in queste occasioni, folle ad applaudirmi e a farmi i complimenti per gli intereventi, signori che si levano il cappello in un gesto di cortesia e lacrime da parte delle donne.
Imposto il discorso sulla Termofluidodinamica Numerica, una materia odiosa di cui prima o poi dovrò dare l'esame, vedo che non funziona e mi butto su Taras Bulba.
Ho visto che ha prestato il VHS del film di Kurosawa all'uomo delle fotocopie. Nella mia mente una sconfinata pianura e il cielo azzurro e le nuvole e la Mongolia. Si, voglio vedere quel film.
E "L'idiota" di Kurosawa, lui lo conosce?
Si, lo conosce. Che combinazione!
Proprio oggi in libreria era andato a comprare "L'idiota" di Dostoevskij, da non credere, da non credere. Si rammaricava perché lo aveva letto male.
Seguono complimenti obbligatori da parte mia e sua al genio di Fëdor Michajlovic. Un incredibile capacità di scavare l'animo umano, dice lui. Una passionalità devastante, dico io.
Dopo aver scambiato i convenevoli di una conversazione piacevole e piuttosto inutile - dove sono stati lanciati strali contro la pratica del doppiaggio - mi faccio promettere "L'idiota" giapponese in prestito.

2



Di tutti i romanzi e racconti di Dostoevskij "L'idiota" e "I demoni" sono i miei preferiti. Per quanto suoni assurdo parlare di preferiti visto che sono capolavori tutti quanti.
"I demoni" è una sorta di catastrofe ideologica: uomini distrutti da idee fisse. "L'idiota" è molto diverso. Nella mia testa funziona soprattutto come storia d'amore. Non Nastasja Filippovna. Aglaja Ivanovna*. Tutta la vita.
Mi ricordo una surreale conversazione in treno con un ragazzo che al tempo aveva la mia età (non era Rogozin**), parlavamo non so come mai proprio di Dostoevskij, de "L'idiota", di Aglaja. Era il suo personaggio preferito. Noi eravamo innamorati dello stesso personaggio letterario.
Che dire? C'è un saggio molto carino di Bachtin intitolato appunto "Dostoevskij" in cui si sottolinea la perfezione delle sue caratterizzazioni, si parla a proposito delle sue opere di "romanzo polifonico".
Curioso. Chi mi ha consigliato questo libro? Il mio professore di Storia e Filosofia del liceo, in un momento in cui stranamente gli confessavo una cosa che mi terrorizzava. Il pensiero di una persona talmente buona da non riuscire a fare niente. Avevo la testa contaminata dall'interpretazione che davo dello Zarathustra. Giuro.

3

Infine ecco "L'idiota" di Kurosawa.
Il film originale era di 265 minuti (!) ma la postproduzione impose dei tagli brutali riducendo la durata complessiva di oltre un'ora e mezza. Le parti tagliate, sembra, sono perse per sempre. Avvilente, avvilente.

Kurosawa sceglie di non ambientare la storia nella Russia del XIX secolo ma invece nel Giappone postbellico.
Kameda è il principe Myškin e non provine da una clinica della Svizzera [di Rousseau] ma da Okinawa, arriva in Hokkaido e quindi, se non altro, dell'idea di Russia vediamo la neve.
Il celeberrimo Toshirô Mifune è Akama, ossia Rogozin, il cui amore disperato nei confronti di Taeko Nasu (Nastasja Filippovna) porterà a una conclusione tragica il racconto. Mi è sempre piaciuto Rogozin, mi ci identifico persino: la sua monomania, i suoi occhi assassini e la mano che stringe il pungnale.

Mi piace molto la musica, mi piacciono i volti degli attori.
In particolar modo Taeko Nasu/Nastasja Filippovna è impressionante. Nella storia è una rielaborazione di Maria Maddalena: si sente in colpa o è colpevole del percepirsi ed essere percepita (o credere di essere percepita) come una prostituta.
La particolarità di Kameda/Myškin sta nella sua straordinaria empatia: non puoi fare del male all'altro, o non vuoi, se riesci a comprenderne le sofferenze ("porgere l'altra guancia"), se non ti lasci guidare dai pregiudizi e quindi il tuo sguardo è sincero.
"La signorina Nasu è molto casta", dice tra le risate generali.

Credo che ci siano due piani su cui un lavoro del genere può essere giudicato:
la fedeltà alla storia o se non altro allo spirito della storia e il plusvalore aggiunto dal nuovo interprete (Kurosawa) sul lavoro originale.
Inevitabilmente si mette in scena "Dostoevskij"(1) e "un commento a Dostoevskij"(2).
"Dostoevskij" è riconoscibile? E'stato compreso? "Il commento" è interessante?
A questi due piani se ne sovrappone inevitabilmente un terzo (3): qual'è il valore di questo film "in sé"? Ossia: mi sarebbe piaciuto se non conoscessi il modello originale?
Provo a rispondere a questi punti anche se, mentre scrivo, mi chiedo fino a che punto sia possibile distinguerli.

(1)
Si, è un ottimo adattamento.
Alcuni particolari del racconto sono resi in modo molto vivido (per esempio la casa di Rogogin: è perfetta).
Non mi infastidisce l'eliminazione di alcuni aspetti secondari della trama del romanzo (es. il suicidio di Ippolit). Avrebbero richiesto troppo spazio e contribuivano molto poco alla trama principale.
Non mi dispiace nemmeno Ganja, ossia Kayama, ridotto a un completo deficiente perché nel contesto del film curiosamente funziona.
E' stata una scelta volontaria di Kurosawa o il risultato dei tagli?

Il problema qui è legato semplicemente alla difficoltà nel tradurre un libro in un film.
Specie Doestoevskij, dove letteralmente le parole che descrivono il lavorio della mente dei personaggi immerge decisamente nelle loro emozioni.
Mancano quindici milioni di parole all'adattamento cinematografico e la mia impressione è che la musica, le voci e i corpi riescano a supplire solo in parte a questa mutilazione.
Il film tra l'altro esce praticamente rovinato dai tagli che furoni imposti.

(2)
L'impressione è che Kurosawa si mantenga molto fedele al romanzo russo, cambiando pochissimo.
Una modifica interessante è nella scena iniziale: Kameda/Myškin si sveglia improvvissimante da un sogno spaventoso racconta ad Akama/Rogogin che ha rivissuto il momento in cui era prigioniero e stava per ricevere una condanna a morte, si salvava all'ultimo momento come Dostoevskij nella vita reale in Siberia.
L'autore russo, nella sua esperienza personale, viene così trascinato in prima persona nella rappresentazione.

Mi pongo una domanda: in una sequenza Akama chiede a Kameda-kun se lui creda in Dio. Kameda no, non particolarmente. Nei libri di Dostoevskij la religione è estremamente importante. Nell'originale il protagonista era un buon ortodosso? Non ricordo.
Manca tutta la slavofilia di Myškin (ma aggiungere un qualcosa di analogo aveva poco senso, non mi aspetto il nazionalismo da Kurosawa).

Un altro particolare curioso: Kameda rompe il vaso in un momento diverso della storia, verso l'inizio e non alla fine. Perché spostare questa sequenza?
Forse perché manca completamente la festa del fidanzamento con Aglaja - con lunga tirata slavofila - durante la quale Myškin effettivamente rompeva il vaso, allegoria dell'andare in pezzi, e poco dopo aveva uan crisi epilettica.
E' difficile capire se l'eliminazione di una intera sequenza narrativa sia stata una scelta autoriale oppure il risultato di tagli su cui il regista non aveva alcun controllo.

Qualcosa di particolarmente "giapponese" nell'impostazione?
I personaggi di questo autore sono sempre particolarmente nobili, onorevoli...
No, qui metto in scena un probabile stereotipo.

Qual'è il senso di questo film nella produzione complessiva di Kurosawa?
Non conosco abbastanza questo regista, non saprei dire.

(3)
Si.
La mia sequenza preferita è il confronto tra Kameda, Ayako, Taeko Nasu e Akama.
Dove l'Idiota è completamente in panico,"Aglaja" viene sconfitta, la Nastasja Filippovana giapponese è assolutamente regale e Toshiro Mifune fuma il sigaro.

4

Un commento che mi ha fatto sorridere su IMDb:
OMG OMG OMG I KNOW!! I mean, I know I'm supposed to sympathize with Taeko Nasu's ruined life and the trauma that leads her to price herself at a million yen in order to be with Akama and all that melodramatic stuff, and I guess I do...but I couldn't help thinking, "You're going to make Toshiro Mifune pay a million yen to sleep with you????? How about the other way around? Where do I sign the check??"


*Ayako "Di testa dura come la madre. Qualche volta fastidiosa, qualche volta cattiva", dirà la didascalia nel film di Kurosawa.
**Il primo incontro tra Myškin e Rogozin è su un treno, proprio all'inizio del racconto. Magari lo stesso treno che si vede all'inizio e alla fine dell'Anna Karenina.



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cinema
30 gennaio 2011
il discorso del re
Il tema dell'incomunicabilità. Non in senso metafisico (stronzate) ma legato a una situazione estremamente concreta. Il re è balbuziente e non può parlare, deve rivolgersi a un logopedista. Il suo problema è correlato alla sua educazione, al suo ruolo, al senso di urgenza dettato dalle situazioni.
Mentre quel figlio di puttana di Hitler gli conquista l'Europa lo costringe a parlare alla radio [dei suoi problemi].
Si può prendere il film per la tangente e tirare fuori triti e ritriti discorsi sulla nostra era della comunicazione Facebook etc. "Non deve diventare un mondo parallelo", ci spiega il papa (per quello c'è il paradiso).
No, veniamo al film stesso.

Innanzitutto la tematica sociale.
Il re non ha cercato il suo ruolo ma gli è spettato di diritto, scappato suo fratello, e quindi deve piuttosto accettarlo. Ovviamente il privilegio monarchico conferisce maggiore importanza alle sue parole ma è l'arbitrarietà della cosa a lasciarlo perplesso. Perché lui in verità "non è nessuno" ma solo un manichino a cui è stato appoggiato un ruolo.
L'incontro con il logopedista gli insegna ad analizzare criticamente la sua condizione. In una società moderna, in una monarchia parlamentare, il re non può essere il primo degli uomini ma solo una maschera.
Un cittadino tra i tanti a cui è stata messa in testa una corona e che deve rendere umana, favolistica e incantevole la relazione della comunità con le istituzioni.
Quindi deve essere un uomo e non certo un superuomo, la qual cosa non avrebbe alcun senso e non sarebbe vivibile (a quanto pare).
Un bellissimo film. Merita almeno 11 oscar.
NOTA: Non ho visto il film. Ho letto due righe di trama e ho visto il trailer.



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cinema
26 gennaio 2011
Qualunquemente
Qualunquemente è un film chiuso nella sua parodia. Il linguaggio parallelo è talmente reiterato dal divenire per un'ora e ventinove vero linguaggio.
Il personaggio è geniale perché intercetta perfettamente etc etc.
ma i suoi tempi non sono quelli di un fim; il mondo di La Qualunque appare più interessante quando non è mostrato ma alluso nei suoi monologhi assurdi in uno sketch teatrale o televisivo.
Film noioso e ovvio, per lunghi tratti.



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23 aprile 2007
Doppelgänger (V)
Qualcuno mi ha stuzzicato sull'interpretazione del Fight Club: lo intendeva come illusorio progresso rispetto ai gruppi di autoascolto, io non ero daccordo e sostevo si trattasse di un progresso reale.
Credo di aver ragione io.
Hegeliano: essere in sè (gruppi di autoanalisi), poi l'essere è fuori di sè e si oggettiva/si aliena attraverso un'indispensabile esperienza pratica (schizzofrenia e Fight Club) e infine rientra in sè per sè.
Il maschio protagonista passa così da uno stato "inadatto a Marla" a una superiore consapevolezza e quindi finalmente "adatto a Marla".
Psicologico: si passa da una fase anale-ritentiva (uomo Ikea) a quella fallica-esplosiva (Tyrel). I gruppi di ascolto sono luoghi del femminile (rifugiatevi nella vostra caverna) e ci si va per abbracciarsi e cercare protezione presso una madre: come Bob, l'uomo donna, con le sue enormi tette.
Tyrel disprezza l'uomo Ikea (l'autoperfezionismo è masturbazione) e costruisce un mondo fondato sull'amicizia virile e dunque sull'azione prima che sulla confidenza (prima regola del Fight Club: non si parla del Fight Club). In un film che polemizza a proposito della perdita del maschile nella nostra società questo è già un progresso, a modo suo. Tyrel mostra il cazzo. E se tutto il mondo rischia di essere distrutto dall'approccio dissipativo del maschile serve un ulteriore progresso: l'anima (la parte femminile) deve essere reintegrata e una qualche sintesi  raggiunta.
Indiano: i gruppi di ascolto sono luoghi di Vishnu: il movimento che lo identifica è l'avvicinamento. Tyrell è Shiva ed è definito dall'allontamento e il suo attributo principale è il linga (il fallo). Lasciato a se stesso Shiva porta la distruzione del mondo, i brahmini per qualche curiosa ragione sembrano non chiedersi niente di meglio.



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20 febbraio 2007
L'arco [Kim Ki-Duk]
In "Ferro 3" era una mazza da golf mentre in "L'arco" è appunto un arco: Kim Ki-Duk focalizza ancora la sua attenzione su un arma e la violenza fisica che ad essa è legata naturalmente e quella sociale che invece vi è legata su un piano metaforico.

In queste opere i protagonisti sono dei disadatti che vivono lontani dal mondo civile perché incapaci di vivere in esso pertanto la loro relazione con la cosidettta società rientra nella categoria dell'intrusione.
E così per "L'isola" [1] per esempio o "Ferro 3"[2] e certamente per "L'arco" di cui si fa presto a dire la trama per tanto che è semplice.
Un vecchio e una ragazza vivono su una barca piuttosto lontani dalla costa e vi lasciano salire ogni giorno dei pescatori, restano estranei e intrusi, che pagano per salirvicisi.
La vita sulla barca è sacra e dunque è un mistero ("il mistico ovvero di ciò che non si può dire", secondo la definizione di Wittengstein), quindi la ragazza e il vecchio non parlano mai o noi non sentiamo cosa stanno dicendo.
Le persone che arrivano dall'esterno sono dei profani e spesso parlano troppo, non sono capaci di entrare nell'orizzonte di silenzio che viene vissuto sulla barca e che permea tanto il vecchio quanto la ragazza, sono nervosi e maleducati, quindi aggressivi.
La padronanza dell'arco è indispensabile per proteggersi dai cittadini più pericolosi ma curiosamente, si scopre, che esso si presta anche ad altri scopi: ci si può suonare la musica o predire il futuro, rilassa e ristora.
La prima coppia è azione/contemplazione ma la seconda, qui si introduce il punto di rottura, è giovane/vecchio.

Il mondo magico non ha tempo perché vive di eternità: di riti e di situazioni che si ripetono sempre uguali lasciando alla fine immutata la situazione di partenza all'inizio e alla conclusione di ogni ciclo, ma quello della barca tanto mondo magico non è perché con il tempo deve fare i conti.
La pretesa del vecchio di sposare la ragazza è un rifiuto delle stagioni [3], falsica persino il calendario per avvicinare la data che ha scelto per le sue nozze, quando arriva un giovane onesto e comincia a corteggiarla lei vuole lasciare la barca e seguirlo.

Se i vecchi - come il dottor Balanzone o Pantalone, Josef Ratzinger se non sono sposati - cercano di impedire il congiungimento dei due innamorati sono sempre un pò ridicoli e spaventosi perché minacciano un mondo che si fermi d'improvviso e rovinosamente si autodistrugga. Le leggi della fisica impongono che la natura si rinnovi, d'altra parte alla base di questo rifiuto c'è la possibilità di spiegarsi e di accettare il movimento.

E io guardando il film ero lì per dire: "Bene, se ne vanno e Parmenide muore perché si affermi il divenire eccetra"
Mi ero sbagliato: Kim Ki-Duk ha voluto complicare il finale e premiare il suo vecchio perché ha amato moltissimo e in modo del tutto sincero.
Insomma il vecchio è perdonato, muore, trasfigura: diventa uno spirito invisibile (si lascia così alle spalle il proprio corpo cadente che affonda nell'acqua nella sua pesante immobilità) e fa l'amore con lei.
E'ormai chiaro che Kim Ki-Duk nel suo singolare pietismo ha una certa ostilità per le leggi della fisica.

Su una piccola barca i due giovani si allontanano insieme mentre la barca grande che aveva fatto da palcoscenico a tutta la storia improvvisamente si affonda.

[1] Un assassino si sta nascondendo in un piccolissimo appartamento galleggiante ma lo stanno cercando. Continuamente casa "sua" viene abitata da alcune persone che lo affittano e lui deve nascondersi.
[2] Un ragazzo misterioso si intrufola nelle case delle persone quando queste sono assenti e le abita per un pò comportandosi con curioso rispetto.
Ne "L'isola" come in "Ferro 3" il protagonista maschile trova una adiutrice femminile che ne diventa l'amante, affascinata probabilmente da tanta solitudine ascetica. Diverso il loro destino: ne "L'isola" la donna viene assassinata, in "Ferro 3" diciamo liberata.
[3] A questo punto mi viene in mente "Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera" che è ancora la storia di un contemplativo ed è ambientato in un monastero.



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19 febbraio 2007
Edipo Re [Pier Paolo Pasolini]
Un Edipo che non mi piace particolarmente, quasi mi dispiace. Non capisco neanche perché.

IL RAPPORTO CON IL MITO E'
Il mito è considerato storicamente una spiegazione prescientifica che i popoli antichi adoperavano per comprendere i fenomeni della natura. E questo è giusto ma altro si può dire perché il mito è anche un'esperienza primordiale, ossia un'esperienza che precede tutte le altre che faremo o abbiamo fatto perché ne costituisce, per così dire, lo stampo.

La nostra mente contiene gli archetipi che aggregandosi e formulandosi in varia maniera possono dar vita a tutti i racconti possibili, siano essi di fantasia o parte della nostra biografia.
Noi moderni consideriamo nel mito l'archetipo psicologico: cominicia Nietzsche, poi Freud psicanalizza Sofocle, evviva Jung.

Pasolini deve essere rimasto molto affascinato da questo concetto perché continuamente ritorna e riconduce al mito la società contemporanea (la Callas è Medea) o la storia, per Salò, così come per Uccellacci Uccellini, se ne inventa addirittura uno.
Questa è la cifra stilistica di Pasolini: lo fa sempre.

Nell'Edipo Re convivono entrambi i momenti della sovrapposizione cioè il mondo della realtà, in questo caso il Piemonte sabaudo perché il trapasso del Regno d'Italia nella Repubblica Italiana vende l'idea che il mondo dei padri sia ucciso da quello dei figli, e l'analogia mitica che questa realtà spiega: l'antica Grecia.

Una donna ha apppena messo al mondo un figlio ma il suo padre del bambino è geloso di questo nuovo venuto. Le prime righe di testo ne l'Edipo di Pasolini sono affidate a un cartello, come in un film muto, dove egli si rivolge al neonato:

Tu sei qui per prendere il mio posto nel mondo, ricacciarmi nel nulla e rubarmi tutto quello che è mio.

Si sentono a questo punto le risa di "Giocasta" e delle sue ancelle, nuovo cartello:

E la prima cosa che mi ruberai sarà lei, la donna che io amo... Anzi già mi rubi il suo amore!

IL RAPPORTO DI UN FIGLIO CON IL PADRE.
Una inevitabile gelosia: il bambino ha tutto davanti a se e in più l'esperienza, ancora più esperienza, di chi lo ha preceduto, forse anche un miglioramento nel patrimonio genetico che è frutto della selezione naturale ed un regalo per le nuove generazioni.
Il padre sarà soppiantato dal figlio - già lo è quando il piccolo è in fasce vicino al corpo della donna amata: lei lo coccola, lo abbraccia, lo allatta al seno, gli rivolge la più grande parte della sua attenzione - e per questo lo odia, pensa magari di divorarlo (come Urano o Crono), comunque lo odia.

Il mito di Edipo è l'opposto, se vogliamo, di quello di Anfitrione: nella tragedia il padre e il figlio sono disintegrati dal loro rapporto, nella commedia il genitore viene irriso e umiliato.
Quando qui "Laio" prende per i piedi il bimbo c'è un cambio di ambientazione e ci ritroviamo in Grecia, niente più virgolette, e seguiamo la storia di Edipo, il cui nome significa "dai piedi gonfi".

LA METAFISICA QUINDI
Qui le cose si fanno interessanti. Secondo la tradizione Edipo è l'eroe dell'intelligenza perché è colui che risolve gli enigmi e simbolicamente questa qualità è associata alla vista ("occhi spalancati").
L'ineluttabilità della sua tragedia sta nel fatto che egli non può semplicemente non vedere perchè è proprio la vista che lo denota come eroe, in pratica lo fa esistere.

E l'intelligenza lo spinge al parossismo: può risolvere tutti gli enigmi e idealmente decodificare gli stessi miti che costituiscono il suo mondo e tutti i racconti che da questi si possono sviluppare.
Entrato e uscito da tutte le storie, divenuto in qualche modo prevegente, è irrimediabilmente disilluso e non riesce più a stare con gli altri. Perché la codifica è la distruzione di una possibilità.
Maledice la vista e si cava gli occhi non potendo accecare la sua coscienza, non gli rimane che fare il cadavere vivente.

NELLA LETTURA DI PASOLINI.
La corona di Laio è ridicola e ricorda un fallo maschile ma se pure Edipo la irride incontrandolo al trivio lui stesso la indosserà quando diverrà re di Tebe.
La sfinge non propone all'eroe il suo solito indovinello (qual'è l'animale che al mattino camminava su quattro zampe, a mezzogiorno su due e alla sera con tre?) ma si lascia aggredire dallo stesso, maledicendolo però prima di dileguarsi:

Sfinge: C'è un enigma nella tua vita.
Edipo: Non voglio sapere.
Sfinge: E'inutile! E'inutile! L'abisso in cui mi spingi è dentro di te.


Interiorizzata la Sfinge, sposata la madre Giocasta e salito sul trono di Tebe Edipo Re comincia a portare scalogna. C'è la pestilenza.

Edipo per un istante invidia Tiresia perché se pure è cieco pare fuori dal mondo e dal flusso del destino da cui invece lui è oppresso più che mai. Desiderio infelice e premonitore.

"Tu, Edipo, hai ucciso tuo padre e hai fatto l'amore con tua madre"
Enigma risolto, accecamento di rito dopo che Giocasta si è impiccata con la cintura, in giro per il mondo con Ninetto Davoli: Pasolini si sarà pur cavato gli occhi dopo aver troppo veduto ma almeno si potrà ristorare almeno un pò dell'animo semplice e della freschezza di Ninetto.
Finale in Piemonte: il più antico degli uomini moderni perché più di loro ha interiorizzato la storia e il più moderno perché più di ogni altro capisce e dunque soffre la propria epoca.



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18 febbraio 2007
L'eclisse [Michelangelo Antonioni]
Il nostro comportamento viene influenzato dall'ambiento in cui viviamo? Sissignore, strana faccenda ma di certo vera.
L'operatore di borsa (Alain Delon) vive una realtà frenetica ed è continuamente nervoso, sempre in movimento anche fuori dal suo ambiente di lavoro: non riesce mai a soffermarsi su nulla.
Vittoria (Monica Vitti) tende troppo a razionalizzare e quindi pure questo si traduce nel suo atteggiamento esteriore: nervoso del pari e ugualmente sfuggente.
C'è in Antonioni la continua opposizione tra ciò che teoricamente sarebbe naturale e quanto artificiale, macchinari e situazioni, la periferia di Roma in questo film è al contempo "futura" perché ancora in costruzione e deserta perché ancora da costruire, moderna, nuova, lunare, estranea.
Nell'Italia degli anni sessanta che si allontana dai campi e desidera i soldi.
La nostra società e il nostro modo di ragionare si sono complicati tanto che per noi è ormai difficile abbandonarci ai nostri sentimenti, rimpiangiamo una passata vicinanza con la Natura: sembra per esempio che dovremmo rimpiangere l'Africa, sembra perché il passaggio che ci introduce alla sequenza in cui Vittoria e le sue due amiche parlano del Kenya è talmente celebrale che non ci invoglia a lasciarsi andare lasciando da parte tutte le sofisticazioni della modernità (o postmodernità).
Sia Piero che Vittoria sono moderni (o postmoderni) ma se lui è "vuoto" senza essere mai stato "pieno" lei si è svuotata dopo mille riflessioni: "io non credo che per amarsi serva conoscersi" e "ma allora forse non ci si dovrebbe amare affatto"

Quindi dopo oltre un'ora di film abbiamo fame di rapporti umani e ci avvinghiamo come Monica Vitti su Alain Delon, ma c'è qualcosa che esattamente non funziona e non si risolverà per tutto il film.
Loro due non parlano mai di se stessi: si mettono insieme ma non sappiamo perché. Quando Piero dice di non capire Vittoria e le chiede se anche il suo precedente fidanzato (Riccardo) non la capisse lei risponde semplicemente che quando si amavano "non c'era niente da capire".
Lei aveva lasciato Riccardo nella prima scena del film e non ci viene mai spiegato il motivo, ecco il paradosso: noi non capiamo perché è finita una relazione in cui non c'era niente da capire.
Il rapporto di Paolo e Vittoria una volta avviato è consegnato alla Storia che Antonioni ci mostra essere un covo di ripetizioni, oggetti e persone e inquadrature ritornano ciclicamente: la razionalizzazione così si alimenta e mentre l'idea stessa di nuovo si disgreva progressivamente si propone come inevitabile una futura crisi dei sentimenti. Una morte prossima, quantomeno teorica,  che sarà inquadrata nel finale come punto limite dall'eclisse.

La colonna sonora è composta sostanzialmente da due pezzi: l'"eclisse twist" cantato da Mina * e il "tema dell'eclisse" che non è una canzone ma solo un orchestrazione strumentale il cui senso è sostanzialmente quello di veicolare una paurosa imminenza e inquietudine.
Molto più allegro il twist ma solo in apparenza: le parole fanno riferimento agli impulsi sessuali delle persone e solo a quelli, cos'altro esiste? Ne L'eclisse la conversazione è demolita o ha perso praticamente di senso, viene evitata e addirittura nella lunghissima sequenza alla borsa di Roma ne offre una terrificante parodia.

In ultimo appare magnifica l'eclisse che ci nasconde il mondo e la sua continuazione.

* E' in aperura del post. Chi non riesce a leggerla con Internet Explorer provi, se vuole, con un altro browser.

[1] http://notturnoumano.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=794204
[2] http://notturnoumano.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=135324



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11 febbraio 2007
La ricotta [Pier Paolo Pasolini]
Una troupe cinematografica gira un film sulla Passione di Cristo, assume comparse e attrici sul posto, tra questi un poveraccio, Stracci, che soffre la fame.

Stracci sembra modellato sulla maschera dello Zanni nella Commedia dell'arte, che di solito è l'eroe della farsa: emigrato disgraziato, sempre servo, sempre che muore di fame - la fame definisce lo Zanni - e deve adoperarsi in mille espedienti per cercare di sopravvivere. Arlecchino, Brighella o Pulcinella vengono tutti da lì.
E la voce comica dello Zanni risuona in Stracci: i suoi movimenti quando corre sono accelerati per dare un'idea della sua laboriosità, della sua ansia e della difficoltà che ha nello star dietro alla sua situazione. Si tratta di un tipico espediente del cinema comico ma è un immagine si ridicola ma anche capace di suscitare una certa pena.
I padroni mangiano quando vogliono e non hanno i suoi problemi: non si accorgono neanche della sua disgrazia se non distrattamente o per irriderlo, e curiosamente sono gli stessi che vogliono raccontare e personificare la Passione.

Come?

Le classi privilegiate ne danno una rappresentazione immobile e distaccata, canonica: ricorda dei quadri del Rinascimento, ma completamente al di fuori della realtà. Il "mondo divino" del girato in questa opera nell'opera ci è mostrato a colori mentre il mondo di Stracci è in bianco e nero.
Così si nega la dimensione corporea e immanente del Cristo e della sua vicenda e certo non si rispetta il Povero che nel Vangelo è praticamente un deuteragonista.

Il regista (Orson Welles) è un uomo arrogante che non si accorge delle contraddizioni tra quanto dice e quanto dichiara: accusa l' "uomo medio" di essere razzista mentre insulta chi non ha potuto studiare, si dichiara marxista quando è evidentemente un complice del sistema capitalistico che lo sostiene, cita una poesia di Pasolini - che non mi è piaciuta in verità - e dice di apprezzarlo senza accorgersi di essere lui stesso un Antipasolini.

Nel frattempo Stracci ha rubato e venduto un cane di una delle attrici sul set per trovare dei soldi e così comprare della ricotta da mangiare, gli altri lo vedono ingozzarsi e ridono di lui: continuano a dargli cibo, troppo cibo, si fa del male, solo per deriderlo.
Muore nella sequenza della crocifissione mentre fa il ladrone buono dopo aver occasione di provare o in qualche modo parodiare le ultime battute del personaggio che doveva interpretare.

Alcune note.
E' il 1963 la troupe si diverte nelle pause ascoltando e ballando un twist che è lo stesso dell' " Eclisse" di Antognoni, film del '62 dove per questa musica erano state scritte delle parole dallo stesso Antognoni poi cantate da Mina.

Pasolini sarà accusato per "La ricotta" di villipendio alla religione di stato e condannato in primo grado a quattro mesi di carcere da una sentenza imbecille [1], la condanna sarà poi annullata in appello.
"Il Vangelo secondo Matteo" è del 1964.

[1] In altre parole può accettarsi la tesi che tutto quanto avviene nel film per ciò che riguarda le scene sacre e religiose attiene alle comparse che agiscono e che in definitiva il film è la fedele documentazione della condotta ignorante, altamente irriverente e irreligiosa di individui chiamati ad interpretare parti di contenuto sacro, cui essi sono spiritualmente estranei? 
A tali interrogativi devesi, ad avviso del Collegio, rispondere negativamente. 
[...]
Davvero puerili seppur apparentemente esaurienti, appaiono dunque siffatte giustificazioni, come quelle dirette a far risalire ai personaggi del film la responsabilità delle loro azioni, nel senso che essi sono ritratti come sono soliti pensare ed agire, e quindi a distinguere tra attori e comparse da un lato e personaggi divini o comunque sacri da essi rappresentati dall'altro. 
[...]
Ora, con la sua opera, Pasolini non si rivolge soltanto ad una élite di intellettuali, perché, nella loro sufficienza, traggono da essa motivo per disquisire e sofisticare su cose e sentimenti sacri, di cui magari, nella loro evoluta incredulità, hanno maturato il superamento. E neppure l'opera di Pasolini è destinata soltanto alla meditazione di chi, con la propria cultura e la propria educazione religiosa, non si sente affatto scalfito nella sua fede ragionata, dalla grossolana aggressione ai propri sentimenti religiosi. 
L'opera di Pasolini è destinata a tutti e cioè anche alla massa compatta del popolo italiano, ancora sana e gelosa del proprio patrimonio spirituale, ma appunto per questo meno difesa e più soggetta a subire gli attacchi ideologici di chi, con disinvoltura ed abilità, riesca a mettere in ridicolo e a immiserire le componenti essenziali della sua credenza.



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10 febbraio 2007
Anassimandro o di Crimini e Delitti [Woody Allen]
1

Direi che è una rielaborazione di Delitto e castigo.

E se un uomo uccidesse un altro uomo?

A: Se lo uccide e riesce a farla franca evitando di farsi fregare dalla morale allora può vincere.

B:
Io preferisco sempre Dio alla Verità.


2

Questo film è un punto d'incontro dei due Woody Allen: quello (anti)dostoevskijano che più avanti partorirà Match Point e quello "romantico", di Annie Hall per capirci, uno descrive in qualche modo l'altro verificando una fondamentale unità.

In Crimini e misfatti un uomo (Martin Landau) uccide l'amante per tutelare una tranquilla esistenza borghese (pace sociale e familiare, ipocrisia e rispettabilità), il  suo background religioso riemerge e lo condanna ma infine si accorge che può convivere con quello che ha fatto senza soffrire troppo.
Torna indietro nel tempo in una bella sequenza per ascoltare una discussione teologica nella casa del padre e si accorge che il suo timore di una punizione biblica non è necessario.
Se Dio è indicato attraverso una metonimia come "gli occhi di Dio" quest'uomo postmoderno che cerca il Padre è diventato un oftalmogo, un rabbino diventa progressivamente cieco nel corso del film a causa di una malattia agli occhi

Un altro uomo (Allen) cerca di conquistare una donna (Mia Farrow) ma viene sconfitto dalla sua eterna nemesi (Alan Alda), dietro di lui tutto un sistema produttivo in fondo vuoto e superficiale con tante risate finte in sottofondo (ricorda Manhattan).
Perché il cattivo vince? Perché è bello, la donna vuole persino attriburgli un anima buona: insomma la realtà è ingiusta. Da qui la parabola sul delitto perfetto, l'eclisse del rabbino, muore Dostoevskij, oftalmologia.


Nota. Nel film Woody Allen fa molte battute, in questo la mia preferita è:
"La mia unica lettera d'amore... L'avevo quasi tutta rubata da Joyce, in effetti forse ti avranno stupito tutti quei riferimenti a Dublino"



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4 febbraio 2007
L'assedio [Bertolucci]
Solita storia d'amore tra un uomo e i suoi oggetti, mobili contro ideologia: l'uomo è l'erede di una ricca dinastia borghese che deve disfarsi di ciò che ha per fare la cosa giusta.
Innamorato di una donna africana vuole che il marito di lei, uomo giusto ma nella società ingiusta in cui vive criminale politico, possa uscire di prigione grazie ai soldi che ricaverà dalla vendita di tutti gli oggetti d'arte del proprio appartamento.
Che lui sia proprietario di tutte quelle belle cose e l'altro sia un poveraccio in fondo è un ingiustizia della storia: in fondo sta pagando un debito, che ne sia consapevole o meno nel suo patetico sogno d'amore.
Alla fine il marito esce di prigione ma lei con il signor Kinsky non si mette lo stesso: giusto, non ho mai sperato che questo succedesse.
il titolo fa riferimento a diversi assedi: quello dell'Africa nei confronti del ricco Occidente che preannuncia una rivoluzione futura, l'amante che assedia l'amata e specularmente l'amata l'amante, e per finire quello del marito al "castello": suona più volte il campanello dell'appartamento e per un pò nessuno gli apre, ciascuno è spaventato dall'idea di rompere un fragilissimo status quo.
Retrospettivamente si può ricondurre l'idea di assedio a tutta la produzione di questo regista.




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14 gennaio 2007
repubblica di Salò (V)
1

Dobbiamo restare sempre così. Dobbiamo restare sempre così. Dobbiamo restare sempre così. Dobbiamo restare sempre così. Dobbiamo restare sempre così. Dobbiamo restare sempre così.
Dobbiamo restare sempre così. Dobbiamo restare sempre così. Dobbiamo restare sempre così.
Dobbiamo restare sempre così.

2

Bertolucci, Bertolucci. Io non amo particolarmente Bertolucci perché mi annoiano un pò la retorica insistita sulla lotta di classe, i due fratelli (Depardieu e De Niro in "Novecento", Brando e Léaud in "Ultimo Tango a Parigi" e i due ragazzi in "The dreamers", film che proprio non mi è piaciuto), il nudo maschile e la divinità femminile che deve donare il suo corpo.
Il borghese deve rinunciare al propria benessere per darsi alla causa degli operai ("L'ultimo imperatore") ma ha paura perché in fondo ama la sua proprietà e vede nel dopo la rivoluzione un pericolo, una terribile minaccia.
Teme insomma l'annullamento.
La rinuncia dei nomi in "Ultimo Tango", segno del dissolversi della proprietà in un appartamento che non è più di nessuno, dovrebbe aprire finalmente la possibilità di un rapporto autentico, questo in un primo tempo sembra succedere, ma poi Maria Schneider spara a Marlon Brando scambiandolo per uno sconosciuto.

Le frasi cercano di essere indimenticabili. Un'altezzosa simpatia intellettuale si viene a creare tra i suoi protagonisti, nonché gli svolazzi e le velleità artistiche senza un piano d'appoggio di qualcuno tra di loro finisce per creare dialoghi di questo tipo:

"Novecento",
Alfredo è andato a cercare lo zio Ottavio nella sua ricca villa e trova la bellissima amante di questi che è donna assai disinibita per l'epoca - è il primo Novecento - perché chiede subito di fumare ("Sono Ada e voglio una sigaretta");
a questo punto entra Ottavio che ha preso un quadro:
"Mio Dio come stanca la ricerca della bellezza! Guarda un pò qua... E'bellissimo ma naturalmente non piaceva a nessuno. E' un pittore tedesco. Un giovane. Una mia scoperta, sai?
...
(riferendosi al quadro) Cosa pensi che stia facendo lui?
"Sta dormendo"
"No, è morto"
"Sta dormendo, ti dico"
"E' morto. Guarda la mano..."
Lei, tremendamente creativa: "La mano è morta ma lui dorme"

Lei riprende: "Sai? Mi sono innamorato?"
"Ancora?"
"Ma stavolta è una cosa seria"
"Lascia che indovini, Itala?"
"Bugatti"
(Veniamo così introdotti all'amore della donna moderna per la velocità futurista)
"Guida interna?"
"Torpedo. Ma è un amore impossibile, è troppo cara"

Dopo due minuti odiavo a morte questa donna, forse era Bertolucci.
E il finale di "Novecento" non mi è piaciuto per niente.



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30 dicembre 2006
Dumbo [1941]
"Dumbo" è brillante.

Gli uomini riflettono se stessi sulle cose della Natura che così diventano animate: umanizzate.
Un elefante potrebbe ovviamente fare lo stesso: così Dumbo almeno, nel suo incubo ogni cosa che lo interroga e lo spaventa si manifesta come un elefante: elefanti-ballerini, elefanti-cammelli, elefanti-serpenti, elefanti che suonano la proboscite come una tromba, elefanti-auto corrono alla rinfusa, elefanti-navi ed elefanti-treni, tutti quanti sono elefanti rosa.
L'incubo annuncia il prodigio ed è in se spaventosa, non tanto per l'elefantizzazione del mondo che alla fine rientra nell'orizzonte mentale del piccolo Dumbo ma per il colore rosa dei pachidermi, troppo forte ed impossibile da accettare,  "but technicolor pachyderms are really too much for me!"

L'incubo arriva al culmine di una sequenza di vicende negative per il povero protagonista; il paradosso (e il ridicolo) è che Dumbo nasca in un circo come attrazione in quanto elefante ma sia rifiutato dai suoi simili, sempre al circo, perché troppo strano. Ha delle orecchie davvero troppo grosse.
Dumbo non si preoccupa di lavorare in un circo, gli sembra del tutto naturale, ma vorrebbe farlo da "elefante" cosa che gli altri pachidermi gli vogliono negare, quando viene degradato e messo a lavorare con i clown per via del pregiudizio legato alle sue orecchie lo disprezzano a maggior ragione e lo scomunicano: "Dumbo non sarà mai più un elefante".

Poi arriva il sogno con tutti i suoi elefanti rosa e subito con il risveglio avviene il prodigio. Poco dopo essersi svegliato Dumbo capisce di poter volare grazie proprio alle enormi orecchie che finora lo avevano rovinato. Il suo volo è anticipato dalle prese in giro degli uccelli che elencano tutto quello che hanno visto e ogni cosa a quanto ci è dato ascoltare è più probabile di un elefante che vola, "I seen a peanut stand / Heard a rubber band / Seen a needle that winked its eye / But I been done seen about everything / When I see an elephant fly" 
Così l'elefante volante (rosa) è l'ultimo di una lunga serie di prodigi che potrà finalmente terminare una continua ricerca dell'assurdo e placare la curiosità (katarsi) degli astanti.

Insomma Dumbo esce dall'imbarazzo diventando il più straordinario di tutti gli elefanti rivendicando la propria "diversità" che logicamente doveva essere, proprio in un circo, il criterio ispiratore della bellezza.
Ovviamente noi siamo elefanti che possiamo vivere davvero (volare) solo attraverso le stranezze e le esibizioni di un momento.



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9 novembre 2006
Dancing in the dark
Hunters in the snow [Bruegel]
1

So Long, Farewell

[Children:]
There's a sad sort of clanging from the clock in the hall
And the bells in the steeple too
And up in the nursery an absurd little bird
Is popping out to say "cuckoo"
[Marta, Gretl, Brigitta:]
Cuckoo, cuckoo

[Children: Marta, Gretl, Brigitta: ]
Regretfully they tell us Cuckoo, cuckoo
But firmly they compel us Cuckoo, cuckoo
To say goodbye . . .
[Marta, Gretl, Brigitta:]
Cuckoo!
[Children:]
. . . to you

[Children:]
So long, farewell, auf Wiedersehen, good night
[Marta:]
I hate to go and leave this pretty sight

[Children:]
So long, farewell, auf Wiedersehen, adieu
[Friedrich:]
Adieu, adieu, to yieu and yieu and yieu

[Children:]
So long, farewell, au revoir, auf wiedersehen
[Liesl:]
I'd like to stay and taste my first champagne

[Children:]
So long, farewell, auf Wiedersehen, goodbye
[Kurt:]
I leave and heave a sigh and say goodbye -- Goodbye!
[Brigitta:]
I'm glad to go, I cannot tell a lie
[Louisa:]
I flit, I float, I fleetly flee, I fly
[Gretl:]
The sun has gone to bed and so must I

[Children:]
So long, farewell, auf Wiedersehen, goodbye
Goodbye, goodbye, goodbye

[Guests:]
Goodbye!

2

Dancing in the dark [Lars Von Trier]

Ci sono due cose a cui sembrano somigliare i film di Von Trier: un documentario per il modo in cui la telecamera riprende le scene con dei movimenti bruschi come se si capacitasse per la prima volta di quello che le succede intorno e non fosse tutto parte di un progetto (si documeta lo stupore di fronte alla realtà), un'opera teatrale per la completa assenza di musica in cui risuonano le parole degli attori, per la scenografia essenziale e una recitazione intensa che sembra dimenticare lo sfondo.
I buii scenici di "Dogville" o di "Manderlay" non sembrano troppo lontani.
La protagonista, emigrata cecoslovacca in America, è una donna separata tra la sua vita scialba in fabbrica e come madre affaticata mentre sta diventando cieca e il "sogno", dall'altra parte, nella forma di un musical di cui vorrebbe fa parte.
E' "Tutti insieme appassionatamente" dove Julie Andrews guida cantando il figli del capitano Von Trap nonché il capitano stesso fuori dall'Austria verso la Svizzera, sfuggendo dal convento e dalla Germania nazista.
Nelle tenebre si danza e si balla con gioia, suona un pò isterico ma è normale cercare di compensare la luce che manca con delle fantasie psichedeliche sgargianti e disperatamente intense.
Questa sembra l'unica condizione possibile in cui un musical diventa "realistico" e la musica imporsi in Von Trier.

Il film di Julie Andrews, è intrappolato in "Dancing in the dark" come "Il dottor Zhivago" può esserlo in "Palombella rossa", dove la fuga borghese dall'Unione Sovietica (poi attuata da Moretti in "Aprile") fa da controcanto a un contesto/una rivelazione da cui è impossibile allontanarsi se non infilandosi in un vicolo cieco.



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3 novembre 2006
di ciò che significa uccidere dei bambini con uno spadone a due mani
[...]

3

Dialogo sulle arti marziali

A
"Mi piace la scherma medievale, non c'è nessuna filosofia dietro ma si tratta soltanto di tirare delle randellate"
B
"Guarda che c'è una filosofia dietro"
A
"Ma chi se ne frega! Non farò male a nessuno però a me piace tirare le randellate"

___

Rileggendo l'articolo mi sono accorto che faceva piuttosto schifo, c'era anche un terribile:

In realtà non credo che l'arte esiste per insegnarci qualcosa ma solo per farci sperimentare qualcosa di bello.





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29 ottobre 2006
never mind
1

Storia semplice, molto semplice quella di "Neverland" - non scrivo da una vita su questo blog - l'autore scozzese Barry vive lo sviluppo creativo di "Peter Pan" nelle cose che ha attorno.
Lo sviluppo della storia è l'ombra - inseguita - della ispirazione cratica.

Dopo lo straniamento borghese di una pièce che va male (i genitori infelici di Wendy che vanno a teatro) Barry incontra dei bambini in un parco e diventa loro amico, gioca con loro.

Quest'uomo non sa fare l'adulto e passare il tempo con la propria moglie (Campanellino, piccina, gelosa, triste e reclusa) quindi deve per forza introdurre un' "amante" sulla sua speciale isola che non c'è con cui tirare avanti una preposta infanzia.

La sua Wendy è la madre dei bambini nel parco, "sperduti" perché non hanno un padre dato che è morto. Donna molto giovane: come nel "Peter Pan" è una bambina/madre, una compagna di giochi o playmate direbbe Hugh Hefner ma il sesso sembra completamente nascosto nella Neverland di Barry.

Si palesa Capitan Uncino nella forma della madre di questa Wendy e nonna dei "bambibi sperduti": non sta bene che non si rispettino le convenzioni o la disciplina, dice questa.

DOVREI PENSARE CHE SCRIVERE E' DIVERTENTE E NON UNO SFORZO, UNA FATICA, UN DOLORE.
QUANTO HO PRESO SUL SERIO CERTE SITUAZIONI ORA LONTANE NEL TEMPO, VICINE NELLA MIA MENTE: CHE IMPOSTAZIONE TRAGICA CHE HO VOLUTO AVERE.
PROFILO TRAGICO, SONO SEMPRE ANDATO ORGOGLIOSO DEL MIO NASO AQUILINO.

E' svolto il problema della sforzo creativo: il piccolo Peter chiede a J.M. Barry dell'arte dello scrivere e degli scrittori.

2

E a cosa lo collego "Peter Pan"? A "Sogno di una notte di mezza estate"?

3

Schifo, invidia e odio come una palla aggrovigliata di pelo ingoiato che impedisce di respirare. Ecco insomma che con la mia solita grazia vi restituisco di nuovo lo stronzissimo blog.



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27 maggio 2006
Big Night [Stanley Tucci e Campbell Scott]
SPOILER
Due fratelli abruzzesi emigrano in America in cerca di fortuna con l'intenzione di aprire un ristorante, le cose vanno male e si lasciano convincere a una "serata pubblicitaria" in cui un grande cantante dovrà essere loro ospite attirando la stampa e quindi la clientela. Il cantante non si presenta perché chi diceva di volerli aiutare in realtà li imbrogliava e li voleva a lavorare nel suo di ristorante.
Sono due cuochi: Primo Pileggi rappresenta la tradizione, un mondo antico e ancora incorrotto dai meccasmi del mercato, è rimasto legato alla vecchia Italia da cui proviene; Secondo Pileggi è un pò l'evoluzione della specie perché è più ambizioso, era lui ad insistere perché si andasse in America visto che in Abruzzo vedeva poche prospettive, si muove sospeso tra la cucina, diciamo la tradizione del fratello, e l'atrio e il mondo esterno dove accoglie i clienti, cerca i finanziamenti e soprattutto cerca dei compromessi. L'idealismo di Primo lo sabota ma comunque non se ne vuole sbarazzare: questa strategia del compromesso è destinata inevitabilmente al fallimento come il suo tentativo di trattenere due donne (Phyllis e Gabriella) fa si che le perda entrambe.
Il film non è lento: ha un buon ritmo. E' memorabile la colonna sonora da antologia.



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13 maggio 2006
In una Danimarca fredda, austera, rigida, vivono due sorelle per tutta la loro vita in provincia, tutte le sere nella loro casa si raccoglie la comunità di fedeli di una minuscola confessione interna al mondo protestante di cui loro padre è il decano.
Le due sorelle invecchiano per una vita incolore e a un certo punto le vicissitudini della trama portano a vivere e servire presso di loro una chief parigina di nome Babette fuggita dalla Comune (1871).
Rimane con loro diversi anni fino al momento in cui vince un premio alla lotteria e decide di spendere i suoi soldi per organizzare lei il pranzo che avrebbe dovuto celebrare  il centesimo anniversario delle nascita del decano che nel frattempo è venuto a mancare. Si annuncia un pranzo maestoso ma le due sorelle e gli altri adepti hanno paura quando vedono arrivare un'enorme tartaruga, quaglie, vini, funghi e champagne. Sono molto preoccupati. Loro hanno vissuto una vita molto trattenuta e paurosa, persino ipocrita nel loro formalismo, ora paragonano il pranzo che li attende a un sabba. Il finale sarà molto bello: il pranzo andrà bene.

Mentre guardavo questo film stavo pensando a quale fosse il momento più importante del Cristianesimo, inteso come storia, mi sono convinto che sia l'ultima cena perché la morte e l'eventuale resurrenzione non sono nient'altro che la macellazione di qualcosa che dopo viene mangiato.
Il pranzo di Babette richiama in modo esplicito l'ultima cena: "si mangia" il corpo del decano celebrandolo, arrivano altri due ospiti all'improvviso e compresa Babette sono in tredici, si fanno continui riferimenti di carattere religioso.
L'ultima cena è un sacrificio dove Gesù Cristo viene fatto a pezzi come un eroe tragico, come Dioniso, e la sua morte viene associata a un atto che da un indubbio piacere fisico come il mangiare. Siccome si arriva addirittura a mangiare Dio è un atto dissipativo di grande potenza, una cosa che da' addirittura sul nulla. Babette sacrificherà tutti i soldi della lotteria per il suo pranzo e ne trae un piacere da artista, perché finalmente può comporre un festino da diecimila franchi come faceva quando lavorava prima di arrivare in Danimarca.

Il cibo è associato alla sensualità, come dice Lorens Lowenhielm se ne può trarre un piacere persino amoroso. Il pranzo è un atto liberatorio proprio perché fa fa da risacimento a una trama che ha sacrificato il piacere dei sensi tutte le volte prima; i due uomini che corteggiavano le due sorelle quando erano giovani e che furono respinti erano due figure molto sensuali.
L'ufficiale di cavalleria Lorens Lowenhielm è stato mandato nello Jutland come punizione per la sua condotta troppo libertina anche se dopo entrerà pure lui nell'orbita del decano e di una generale austerità; e certamente era sensuale il tenore Achille Papin che avrebbe voluto portare con sè una delle due sorelle a Parigi perché le riconosceva una bellissima voce e le dava lezioni di canto, provava con lei il famoso duetto di Don Giovanni con Zerlina, "Là ci darem la mano", per la preoccupazione dell'altra sorella e del decano.
Il mondo delle due sorelle è invecchiato inesorabilmente perché non ha saputo figliare e rinnovarsi, ora tutti gli adepti della loro religione sono anziani, magari un pò frustrati, qualcuno è un pò litigioso. Traggono sollievo dal pranzo di Babette ma non sanno quanto sia costato. Che è stata spesa una cifra immorale per quelli che sono i loro criteri.
Ma quando le due sorelle lo scoprono alla fine non rimproverano Babette perché capiscono quando ne avesse avuto bisogno. Quanto volesse sentirsi di nuovo un artista, quanto doloroso sia non poter ritrovare mai più certe cose perdute.
Giacché una delle due avrebbe voluto seguire M. Papin a Parigi, l'altra era innamorata da tanti anni di Lorens Lowenhielm, un amore mai consumato, e ora l'ha rivisto come un anziano generale, malinconico e lontano.
Concludo: è molto appropiato che Babette a un certo punto e di sfuggita venga paragonata a una strega, era comunque più vitale degli altri ed è proprio la vitalità che le grigie società dell'inquisizione trovano nelle streghe e che vogliono soffocare.



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6 maggio 2006
Rosetta [Luc e Pierre Dardenne]
SPOILER
Rosetta è il nome associato a una famosa stele che permise la decodifica dei geroglifici egizi ma è anche quello di una ragazza belga che cerca di comprendere i meccanismi del mondo del lavoro inseguita da un'impietosa camera a spalla.
La visuale umana assunta da i due registi è imprecisa, spigolosa e scomoda, e senza nessuna musica la imprigiona in un villaggio di roulottes e in una periferia tristissima. Il neologismo bruxelliser significa costruire senza pensare all'impatto sugli uomini delle costruzioni ma solo alle funzioni delle stesse. Così gli uomini sono snervati dal determinismo degli edifici e da essi sono macinati.
In "L' argent" di Robert Bresson il mondo veniva compreso attraverso il denaro, in questo altro caso l'oggetto fondamentale intorno a cui ruota ogni cosa è il lavoro: deve essere un lavoro onesto e che conferisca dignità, Rosetta è anche la nostra coscienza civile prima che una ragazza distrutta e allora vuole trovare un "lavoro vero".
Vive un'angosciante situazione di precariato e cerca di tenere sotto controllo le proprie parti molli (la madre ubriocona o ninfomane) e prosegue ostinata nella sua ricerca come se nella vita di tutti i giorni andasse solo alla guerra. Pare non esserci altro modo. Per trovare il lavoro arriva a denunciare il ragazzo che vende le crêpes di cui probabilmente è pure innamorata, perché ruba le uova, il latte e la farina al suo padrone, quindi ottiene il suo posto ma ci sta molto male. Allora a un certo punto ha un crollo.
Deve suicidarsi ma si arriva al grottesco di una bombola del gas che finisce e lei deve andare a comprarne un'altra, pure il suicidio è un mezzo di produzione che si deve comprare. Quando torna verso la roulotte con la pesantissima bombola è perseguitata dal ragazzo delle crêpes che le gira intorno in motorino. E qui cade per terra e finalmente scoppia in lacrime. Tutto il film è un pianto trattenuto - la ragazza che corre in continuazione - e quando alla fine piange arrivano i titoli di coda.
In quel momento. Quindi con due (non) finali possibili: o allontana per l'ennesima volta il ragazzo che nel frattempo abbiamo visto scendere dal motorino e venirle incontro o decide di aprirsi con lui, come già altre volte avrebbe potuto, e la qual cosa potrebbe essere per lei terapeutica. O si uccide  o si salva o infiniti altri (non) finali che a questo punto si riverberano; il film non ne mostra nessuno e questo punto li mostra tutti.



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21 aprile 2006
l'ultimo giorno (VII)
seguono vuoti e spoiler
1

Sono andato a vedere il film a Santa Giulia, Brescia centro sostanzialmente, lo presentava il relatore più scarso della storia delle sagre di cinema. Eraserhead di David Lynch è un capolavoro: "Questo è uno dei pochissimi film che va oltre la definizione di cinema".

In uno di quei luoghi bruttissimi che possono esistere in Russia o in Germania Est si trova una fabbrica dove dalle persone vive si stacca la testa e si usa il loro cervello per produrre delle gomme per le matite.
Ora noi assistiamo al sogno di una porzione di cervello, o ancora prima delle testa che viene staccata, e vediamo la fine della sua esistenza quando, dopo aver cancellato dei tratti di matita, è ridotta solo a pochi trucioli di gomma.
Nel sogno naturalmente tutto si consuma e peggiora come si consumano le nostre vite e i nostri ricordi mentre noi ci disfaciamo con gli anni. Racconta la storia di un personaggio che è tanto insignificante da temere di non esistere, che manco a dirlo è kafkiano, e il mondo è un cumulo di disfuzioni.
Il protagonista e la sua compagna sono circondati da persone bruttissime e anche loro compongono una coppia brutta e triste, quindi non possono che generare un figlio che è molto più mostruoso di tutto il resto. Un piccolo corpo senza gambe e senza braccia avvolto dalle bende da cui sporge la sua testa che non sembra neppure umana. E' quella di un feto.
Il bambino è l'anima del protagonista, non fa che piangere perché è solo dolore al di là delle sovrastrutture del suo corpo formato e quando il nostro eroe finalmente decide di uccidere la creatura il sogno pare concludersi. Muore: l'uomo viene accolto in un paradiso luminoso ma angosciante.
Non è un granché difficile da decriptare, malgrado io sia fuori forma.

Chiedo al relatore cosa intendesse col dire "questo film va oltre il cinema". (Nel momento in cui il "cinema" produce questo film, esso contribuisce a definire il "cinema"). Risponde che questo è uno dei pochissimi casi in cui un film non è un fine ma un mezzo per il regista; no, ribatto, è un assurdita perché è sbagliata proprio la sua impostazione, perché ogni opera d'arte è al contempo un mezzo e un fine. Un sogno è un mezzo o un fine?
Ma sul sogno non mi risponde perché vuole lasciare anche ad altri la possibilità di fare domande. Sbaglia su cose facili, certo non è al mio livello.
Continua: "Questo film è rimasto di nicchia. Meglio! E' meglio che sia così perché un film del genere in una multisala mi sembrerebbe fuori posto."
Rimango pochissimo ancora e poi esco mentre prosegue il dibattito, perché mi pare che fare così possa conferirmi una certa dignità: sono talmente miserabile da accontentarmi di così poco.

2

Lo sai che ho rivisto la ragazza?
Questa volta era più bella di tutte le sue copie che mi sono rimaste in mente. Non riesco più neanche a parlarci, non devo, mi cancello.



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25 marzo 2006
Il caimano [Nanni Moretti]
SPOILER
Nanni Moretti non interpreta se stesso per lasciare un certo spazio che sarà riempito solo nel finale, lo sostituisce Silvio Orlando nel ruolo principale: copia debole, produttore e non regista, quindi castrato, scassato, senza nerbo.
Prima di arrivare sulla sceneggiatura de "Il caimano" aveva in progetto di realizzare un film che è metafora dell'esaurimento già dal titolo, "Il ritorno di Colombo", che è ridicolmente antieroico: cosa ha da dire Colombo una volta tornato dall'America?
Bonomo ("Buon uomo"), il personaggio di Orlando, ha accompagnato la deriva italiana degli ultimi trent'anni producendo solo film di dubbio gusto, senza porsi alcun problema di coscienza, senza essersi mai preoccupato di realizzare un film politico [1].
In fondo Berlusconi è un doppio del protagonista, che lo aveva pure votato nel 2001, sancendo come questo un riconoscimento: lo ha eletto lui a suo rappresentante in parlamento.
Ma la maturazione del personaggio passa dall'idea vaga di realizzare un film su questo "caimano" di cui non si sa dove ha preso i soldi, senza neppure aver chiaro che si tratta di Berlusconi, fino alla piena decisione di realizzarlo.
Senza che Berlusconi possa esaurire tutta la sostanza del film di Moretti: è solo una forma della dissoluzione ma la rovina si realizza comunque indipendentemente da lui, vediamo la famiglia di Bonomo sfasciarsi e il poveretto non può rimetterla in piedi, non capisce cosa succeda al mondo (la coppia di lesbiche che va a farsi un figlio in Olanda), così che il film su Berlusconi risulta solo un'iniziativa consolatoria.
Attraverso "Il caimano" può mostrare qualcosa della parte peggiore di se stesso, quindi esorcizzarla persino, in fondo si tratta nella sua miseria di un sogno di grandeur. Berlusconi è trattato alla stregua di un mito e viene interpretato da diversi attori, e alla fine da Moretti nel momento in cui gli viene riconosciuta la sua apoteosi.
Per raccontare il suo finale Moretti forza la mano e compone quello che più desidera (Berlusconi che viene condannato in un processo), ma questa fantasia è una violazione della realtà e deve scontarla in prima persona. Diventare Berlusconi perché dalla cronaca è passato al sogno, dopo la condanna esplode in Italia una guerra civile perché la gente è stupida e in questo senso Moretti (il film) è antidemocratico.
L'incarnazione finale sancisce l'inverso di quanto succedeva in "Aprile" con la coppia Moretti/Orlando che si scambia i ruoli, l'altro film si chiudeva con la fantasia allegra del pasticcere trotzkista (Orlando), ne "Il caimano" la chiusa è il trionfo di un re-diavolo in una sequenza infernale.
Si vede poi come il film nel film sia in qualche misura accessorio ai problemi di Silvio Orlando, ho trovato pesanti le lunge sequenze con i figli [2] e stucchevole la metafora del pezzo di lego che i bambini non trovano ("tutto va in pezzi"), poi il rapporto tutto sorrisi con Margherita Buy che va dritto verso la separazione è davvero da esaurimento, sia per lui che la ama ancora sia per lei che deve continuare a sorridere. A rigor di logica è sbagliato dire che lo sfascio delle nostre famiglie tradizionali (sia lodato Iddio) è un'altra faccia della discesa in campo del berlusconiano ma come "sogno" le due cose possono stare insieme.

[1] Moretti trova qualcosa di ridicolo nel girare un film politico, alla stregua di una exploitation. In questo senso è ricompresa la ridicola parodia di "Kill Bill" al matrimonio marxista.
[2] A un certo punto Orlando si trova con i due bambini a guardare "La città incantata" di Miyazachi, film adorabile che parla del crescere e dell'etica della responsabilità ("il lavoro rende liberi").



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17 febbraio 2006
qualche riga su Miyazachi (II)
Il mio vicino Totoro
(Giappone 1988, 86' )

L'entusiasmo dell'infanzia e la predisposizione dei bambini alla vita, amici immaginari o spiriti della foresta, il senso delle proporzioni è quello degli antichi o dell'infanzia: alberi e animali enormi come in Mononoke Hime.
Il grosso e strano Totoro è il riassunto di tutto questo, la sensazione che potevamo provare giocando da piccoli quando ogni cosa che ci circondava era drogata di vita. Calvin e Hobbes di  Bill Watterson  per fare un paragone. In questo film di animazione viene presentata allo spettatore un'interpretazione (visione) surreale del mondo attraverso gli occhi delle due bambine, proprio una riflessione sul medium ci impone di dubitare di quello che vediamo. La scena può essere stata rimontata e riproposta a noi attraverso l'immaginazione delle bimbe, da protagoniste e registe attraverso lo specchio.
Infatti l'apparizione delle Macchie Nere e poi quella di Totoro arriva dopo che il padre le incoraggia a darsi una spiegazione per delle ghiande trovate sul pavimento della nuova casa in campagna, scoiattoli? Topi? Le bambine si danno una spiegazione mitologica.
Semplicemente si trovano di fronte lo spirito della foresta senza fare troppi discorsi, questa volta non è il gigante terribile di Mononoke Hime che doveva punire gli uomini dello scarso rispetto per la natura, ma è a misura di bambino: Totoro è un giocattolo.

Gli adulti non possono vedere gli spiriti ma condividono con i bambini il sapere tradizionale e gli insegnano le credenze che riguardano quello che loro sperano e così li aiutano a tenere vivo il gioco. Il padre si congratula che le bambine abbiano scoperto che c'è qualcos'altro in casa (ha sempre sognato di vivere in una casa stregata dopotutto), e la vecchia considera normali le curiose apparizioni perché lei stessa le ha viste da piccola e ritiene normale che le due bambine ora dicano che le Macchie Nere occupano la casa etc.
I
l bambino che gira intorno (Kanta) è naturalmente un poco ostile a Satsuki: è tipico di Miyazachi che la coppietta si formi da fazioni in qualche modo ostile perché l'amore nasce dalla guerra e i due all'inizio devono farsi le linguacce.
Qualche altra annotazione: la sequenza in cui Mei insegue Chu Totoro e Chibi Totoro nel piccolo corridoio tra le piante e poi cade nella buca richiama in modo esplicito Alice, il Bianconiglio e il paese  delle meraviglie; nella sequenza del bus c'è pure uno Stregatto; il cuore incontaminato della foresta (dove riposa l'enorme King Totoro) ricorda Nausicaä e mi sembra anche che si possa intepretare come un Cuore di tenebra rovesciato; il sottesto ecologista è evidentissimo.
La malinconia è l'ospite segreto di questa piccolo idilio.

L' immagine di Totoro è diventato il simbolo dello Studio Ghibli di Miyazachi. E' un film molto molto bello.



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30 gennaio 2006
Salò o le 120 giornate di Sodoma [Pier Paolo Pasolini]
SPOILER
Serve una citazione di Pasolini sul fascismo: "Non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione, direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di una società". Questa è quella perfetta.

Musica di apertura tranquilla, persino frivola. Situazione fantastica: onirica con conti e castelli, quindi un lusso sfarzoso e immorale nelle implicazioni che si trova ad avere nel 1944-45 dell'Italia settentrionale sotto l'occupazione fascista: la segnalazione dello spazio e dei tempi è volutamente imprecisa.

Nella prima sequenza quattro maledetti signori firmano un accordo che è come la fondazione del fascismo, il loro motto è "Tutto è buono quando è eccessivo", e quindi, con la complicità dell'esercito e tutte le corporazioni che definiscono lo stato, raccolgono schiavi e schiave sessuali. All'inizio vedono di perfezionare quel loro accordo mandando dei fascisti in uniforme a recuperare le loro figlie perché possano comporre in matrimonio delle coppie incrociate e cementare così l'alleanza. Mettono in atto un meccanismo spersonalizzante: la condivisione della colpa dovrà trattenerli dal denunciarla e in ogni caso il parente dato in pegno farà da ostaggio. "La preparazione del nostro piano ha avuto il suo coronamento. Tutto oramai è pronto, possiamo partire". Uno cita Proust in francese: ha il suono della liturgia. I pessimi borghesi ridono in modo sguaiato, che sembra artefatto.

Dunque, nella vulgata dell'estrema destra la Repubblica di Salò vede il ritorno del fascismo alle sue radici idealistiche, per Pasolini è solo la spoliazione dalla sua finta rispettabilità e la rivelazione del suo nucleo più profondo. E' un carcere dove la classe dominante viene meno ai propri freni inibitori e rovescia la sua violenza sugli altri, gli oppressi, mentre incombe su tutto il regime l'orrore del vuoto: il regime ha i giorni contati. I quattro padroni in qualche modo sono sinceri: vogliono mostrare "il loro vero volto" finché gli è possibile, ora o mai più.
Per Pasolini il fascismo è antireligioso, nel senso che lui attribuisce questa parola, ed è una costante offesa al senso del sacro e della dignità della persona. I luoghi e le scansioni temporali sono qualificati dalle scritte del regista in Antinferno, Girone delle manie etc La divisione per giornate ed episodi ricorda il Decameron, ma rispetto a quello presenta una struttuta invertita: nell'opera di Boccaccio si fuggiva dalla distruzione verso la vita, il gioco di Salò non è piacevole, è una situazione infernale.

Nella recitazione amatoriale dei personaggi mi piace trovare un suono disturbante, i loro stacchi improvvisi come se tutti avessero la percezione di violare una parte della propria natura e restituissero la loro paura nella tensione dei dialoghi. Nella loro isteria come se recitessaro.
Un oppressore dà del "delinquente" a uno degli oppressi perché questi si rifiuta di soddisfarlo sessualmente: l'immoralità e il rovesciamento sono di sistema e quindi vengono considerati normali. Non si avvedono, o così gli sembra, degli errori della situazione.
La storia viene polverizzata in una situazione pornografica di oltre un'ora e mezza.
Gli escrementi che tutti devono trangugiare nella arcinota sequenza del Girone della Merda sono una metafora della nostra società dei consumi.



permalink | inviato da il 30/1/2006 alle 19:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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