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10 aprile 2011
La Storia di Kathy Teller

da Nathan Never n.56, La Storia di Kathy Teller, di Bepi Vigna e Nicola Mari

Nathan Never è nato nel 1991 e quest'anno festeggia i vent'anni di pubblicazione.
Il primo albo che comprai fu il n.28 e lo presi per mio fratello maggiore che si era rotto una gamba e si trovava in ospedale. Non mi piacque particolarmente ma nemmeno mi dispiacque. Il secondo mi fece un'impressione migliore, era il n.26 e si trattava di una parodia di Dracula molto ben scritta (Michele Medda) e con dei disegni particolarmente belli (Nicola Mari).
Così un pò alla volta, recuperando numero dopo numero, misi in piedi una collezione che ora non c'è più, solo pochissimi numeri ho conservato perché li ritenevo molto migliori degli altri (d'altra parte una conseguenza inevitabile di una continua periodicità mensile di storie a sè stanti di 94 pagg. è la produzione di molti numeri mediocri).
Perché mi piaceva Nathan Never? E' una serie di fantascienza e questo lo trovavo particolarmente accattivante. Inoltre l'eroe mi era simpatico. Nathan era persona molto triste, probabilmente depressa, certamente molto influenzato nel character design dal film Blade Runner e quindi Harrison Ford (pupazzi! pupazzi! pupazzi!).
Questa storia della depressione è per me il leitmotiv di tutta l'esperienza Nathan Never. Le mie storie preferite di Antonio Serra, uno degli autori principali, risalgono al periodo in cui egli era in una depressione conclamata, che poi ha ammesso, ed erano tristissime; quando si ripiglia scrive storie piuttosto diverse e tra questa alcune comunque mi sono piaciute.

Una delle mie storie favorite, questa di Bepi Vigna, è "La storia di Kathy Teller" ovvero il n.56 della serie regolare, che è poi l'ultimo che Nicola Mari disegna su Nathan Never prima che lo spostassero su Dylan Dog.
Kathy Teller è una scrittrice nel futuro, o forse è più esatto dire che è una regista perché quelli che compone sono dei romanzi olografici. A un certo punto si trova in depressione e vuole farla finita, assolda un assassino per ucciderla che oltretutto fallisce nel tentativo. Si trova con dei danni celebrali, in pratica l'equivalente di una bambina adulta.
Nathan Never deve investigare e si trova in una curiosa situazione: conosceva questa donna perché da ragazzi erano amici, scopre che stava lavorando a un romanzo dedicato alla loro adolescenza insieme, che lei era stata innamorata di lui, che la sua partenza tanti anni prima l'aveva delusa terribilmente. Ma ora è bambina e lei si ritrova molto vicina a quel tempo in cui, se forse non era felice, tutte le cose che la circondavano erano estremamente importanti.



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cinema
30 marzo 2011
Dylan Dog con Brandon Routh
Solite cose che si scrivono su questo personaggio da oltre vent'anni. Le ripeto e non mi sembra di aggiungere niente di nuovo.

1 C'è un film del 1932 intitolato "Freaks" in cui appaiono autentici fenomeni da baraccone, ma i veri mostri sono due persone normali che vogliono sfruttare quei poveretti. Nel finale i freaks si vendicano: li sfigurano e li mutilano.
Dylan Dog di Tiziano Sclavi sembra basarsi sullo stesso nucleo fondante: il fascino nei confronti dei mostri, poi la pena, la critica sociale. Per quanto nessuno dei freaks di Sclavi arriverebbe mai a una vendetta tanto crudele.

2 Un'altro aspetto molto importante è la precarietà del protagonista. Dylan non è semplicemente un antieroe ma qualcuno che nella vita non sembra avere trovato una collocazione: ha un lavoro che non è un lavoro dato che è estremamente improbabile che egli trovi nuovi incarichi o così ci viene sempre suggerito.
Questa situazione impedisce a Dylan di prendersi sul serie: non è mai un esperto.

3 La narrazione è talvolta piuttosto complicata.
Il mio numero preferito è il 25, "Morgana", che tra le altre cose è una rivisitazione del primo numero. Colà è suggerita in modo insistito una lettura psicanalitica e alla storia di Dylan Dog e Morgana di sovrappongono sogni, parodie, momenti di metanarrazione.
Eppoi quel numero era chiaramente un punto di svolta nel modo in cui Tiziano Sclavi avrebbe proposto il suo lavoro: si delinea un disegno ambizioso che poi non è stato mai risolto in un modo davvero soddisfaciente.
In altri numeri Sclavi dimostrava grandi capacità nell'utilizzare altri registri: la commedia (per esempio "Cagliostro!" o "Golconda!"), il racconto patetico ("Johnny Freak"), la storia d'amore ("Il lungo addio" o "Finché morte non ci separi").

4 In quanto "indagatore dell'incubo" è un personaggio sul quale alcuni sceneggiatori hanno rovesciato le proprie nevrosi. Sclavi in primis: sequenze oniriche, ricordi confusi, memoria di un ex-alcolizzato.

Quando sopraggiunge il burn-out di Sclavi altri autori sopraggiungono. Tra questi Paola Barbato che affronta in continuazione il tema dell'identità, Michele Medda, Pasquale Ruju e altri.

Detto questo, passiamo al film.
E' orribile. Non mi interessa l'assenza di Groucho (bellissimo personaggio, sottilmente inquietante) o della città di Londra.
Questo film non funziona perché ignora completamente 1,2,3,4 e così non rispetta il personaggio. Ci sono i vampiri, i licantropi e i morti viventi ma sono semplicemente i vampiri, i licantropi e i morti viventi. Niente di poetico a tal riguardo, solo una banalizzazione del soprannaturale che vuole essere ironica e divertente. Si imita Men in Black, non funziona.
Non mi piace Brandon Ruth ma non voglio esprimere un giudizio sulla recitazione senza avere ascoltato la voce originale (perché mi infastidisce oltremodo la voce italiana, non voglio esserne troppo influenzato). Rimangono di Dylan Dog solo gli aspetti più esteriori: i vestiti, il maggiolino e il clarinetto. E' praticamente una presa in giro.



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12 marzo 2011
due fumetti giapponesi (con burattini)
Karakuri Circus di Kazuhiro Fujita

Karakuri Circus è il fumetto che ho sempre voluto leggere ma di cui probabilmente non vedrò mai la conclusione.
In Giappone le opere di Kazuhiro Fujita hanno sempre ottenuto un grande successo ma in Italia è un'altra storia.
A cominciare da Ushio e Tora che da noi fu pubblicato in due battute: la Granata Press fece uscire i primi numeri prima di fallire e poi la Star Comics riprese da dove la Granata aveva interrotto e lo concluse, poi pubblicò quei primi numeri e completò la sua edizione.
Vendendo molto poco.

Se la pubblicazione di Ushio e Tora fu un insuccesso commerciale per quel che riguarda Karakuri Circus si può parlare tranquillamente di disastro.

Ci prova la Play Press che me fa uscire una edizione di una qualità piuttosto povera e la interrompe molto presto per scarse vendite, dopo solo 6 dei 43 volumi dell'opera completa. Poi la Play Press fallisce di suo.
L'unica altra casa editrice nel mondo occidentale che si avventura  nella pubblicazione di quest'opera è la francese Delcourt/Akata e anche qui con scarsissimo successo: solo 700 numeri venduti ogni mese ma la pubblicazione riesce comunque a trascinarsi fino al numero 21 e pubblicare i primi capitoli del 22 - per gentile concessione dell'editore giapponese - in modo da portare a conclusione, per lo meno, la prima parte della storia.
Io parlo francese, recupero quei fumetti che oltralpe sono usciti e trovo che siano splendidi.

Il problema principale che i lettori italiani o francesi hanno avuto con le opere di Fujita sono i disegni che sembrano piuttosto rozzi e approssimati, specie all'inizio di Ushio e Tora (1990-1996). 
In realtà il tratto di Fujita, mi sono accorto nel tempo, non era male per nulla e anzi migliorava considerevolmente con il passare del tempo; aveva in ogni caso fin dall'inizio una qualità molto importante: si lasciava deformare facilmente e diventava comico e in alcuni momenti soprattutto violentissimo, realmente spaventoso.
Prendendo in mano Dark Museum Springald (2007) dell'ultimo Fujita si apprezzano degli enormi miglioramenti: gli sfondi sono precisissimi, affascinanti. Io trovo che abbia una grafica spettacolare.

La J-Pop si è detta interessata a riprendere Ushio e Tora oppure Karakuri Circus ma niente è stato annunciato fino a questo punto. Si vedrà.

La trama di Karakuri Circus, qui ne rivelo ampi stralci in un modo quasi criminale.
Masaru Saiga ha ereditato una fortuna colossale dal padre suscitando le invidie dei parenti che a questo punto decidono di farlo fuori.Per ucciderlo assoldano dei killer che per qualche misteriosa ragione devono utilizzare delle gigantesche marionette che manovrano con dei fili per le loro esecuzioni.
Masaru si salva grazie all'aiuto della bella Shirogane e del fortissimo Narumi Kato che apparentemente muore nel tentativo di salvarlo.

Iniziano a questo punto due trame parallele che periodicamente si incrociano: da una parte Masaru e Shirogane entrano in un circo che cercano praticamente di sollevare dal nulla e dall'altra il redivivo Narumi entra in una setta di uomini  praticamente immortali che hanno per compito quello di distruggere bambole automatiche animate da una soluzione alchemica nel secolo diciottesimo.

Terribili e cattive, quelle bambole automatiche avevano come compito quello di fare sorridere una bambola-umana di nome Francine .
Imitazione di una Francine umana, dal bellissimo sorriso, morta nel frattempo, di cui l'alchimista che aveva creato le bambole si era innamorato.
Bambole che per farla ridere metteno in piedi il terrificante "Circo di Mezzanotte" che gira per il mondo e sparge i germi della Zonapha - una sindrome che in pratica costringe chi ne soffra ad aver bisogno che gli altri ridano, si divertano. Altrimenti atroci sofferenze, quindi morte o paralisi.

Il circo di Masaru e Shirogane non c'entra praticamente niente, per lunghissima parte della storia, con sostanze alchemiche e bambole meccaniche. E' un (altro) circo composto da umani che devono preparare uno spettacolo. Punto.
Tutto si riallaccia: Masaru e Shirogane, gli assassini di prima con le loro marionette, sono tutti elementi che hanno un ruolo in un intreccio piuttosto complicato che si comprende soltanto un poco alla volta.

Un manga molto interessante che affronta il tema della deumanizzazione (in senso meccanicistico) e dell' apparente naturalità delle emozioni , e della risata ovviamente. Il mondo viene devoluto a spettacolarizzazione dello stesso (il circo).
Attenzione: è un shonen.



Pluto
di Naoki Urasawa (su un soggetto di Osamu Tetsuka)

Questo manga è una rivisitazione di Urasawa di un episodio di Tetsuwan Atom (Astroboy) intolato "Il più grande robot del mondo".

Il manga originale di Tetsuka è stato pubblicato tra il 1952 e il 1968 e raccontava la storia di Atom, un bambino robot che doveva sostituire Tobio, ovvero il figlio del geniale dottor Tenma morto tragicamente in un incidente automobilistico.
Il fumetto ebbe uno straordinario successo di pubblico e ancora oggi è molto popolare in Giappone: le sue storie sembrano indirizzate a un pubblico di bambini ma Tetsuka non si faceva scrupolo di aggiungere elementi di tragedia in questa narrazione. Si può fare un confronto con il Topolino della Disney: le storie sembrano avere lo stesso target, il sottesto è completamente differente.
Nel manga di Tetsuka il tema principale è l'accettazione o il rifiuto del diverso : i robot sono osteggiati e quindi sono vittime di razzismo, Atom è rifiutato da suo padre perché è soltanto un'approssimazione di Tobio, una parodia, un'immagine troppo perfetta e inumana. Quindi viene allontanato e venduto a un circo. Soffre.
Ne "Il più grande robot del mondo" uno scienziato costruisce un robot di nome Pluto che deve distruggere altri sette robot, considerati i più avanzati, per potersi affermare come il più forte tra tutti. Tra questi Atom. Si affronta ancora una volta il tema della guerra e, ancora una volta, quello della reciproca accettazione.

Pluto viene pubblicato tra il 2003 e il 2009, riprende e espande la storia originale restituendo un clima di inquietante "realismo" .
Non saprei metterla in termini migliori di come è scritto in una delle introduzioni pubblicate nell'edizione italiana:
"Questo realismo è però cosa ben diversa dalla "cinematograficità" propria di Osamu Tezuka. Il gusto grafico espresso nelle tavole di Tezuka rimane pur sempre legato al fumetto dell'epoca prebellica e quello Disney: questo permette l'uso di ambientazioni irreali, la rappresentazione di corpi che sfidano ogni legge fisica o gag nonsense in cui, per esempio, le braccia di un personaggio si allungano come se fossero fatte di gomma.
[...]
Non sto tuttavia affermando che Urasawa abbia ribaltato le carte in tavola, abbandonando l'"assurdo" fumettistico per un realismo assoluto. Al contrario: al contrario la verosimiglianza del tratto contrasta con il vero "assurdo" dei contenuti.
[...]
quando i ricordi fumettistici che affollano la mente di Urasawa (e la "memoria" è un concetto chiave di tutta la sua opera!) vengono riassemblati attraverso il filtro del suo "realismo" grafico, ciò che ne risulta è l'incubo."

Per completezza: questa introduzione, presa qui a stralci, è di Fusanosuke Natsume, un critico di fumetto.



Questi due fumetti parlano di imitazione della vita e quindi affrontano il tema del falso. E' presente un "rimpiazzo", o un "impostore", che sostituisce una vittima innocente. Questa considerazione è fonte di inquietudine per il lettore.


Post Scriptum - Questa battuta è presa dal sito di Daniele Luttazzi:
1. Carlo Rossella: "Nevica a Tokyo. La principessa Masako è triste. I giardini imperiali sono gelati. La fioritura dei ciliegi è rinviata a fine aprile." (Il Foglio, 11 mar 2011)
2. Giappone, terremoto devastante con scosse fino a 8,9 Richter. A Tokyo crolli e vittime. (repubblica.it, 11 mar 2011/Paolo Carbone)




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8 marzo 2011
fumetti coreani che seguo? Due
Il grande Catsby di Doha
E' un fumetto carino ma non straordinario, fino a dove sono arrivato perlomeno. Un giovane squattrinato di Seul senza arte né parte deve riuscire a sopravvivere e ricostruirsi una vita dopo essere stato lasciato dalla sua ragazza.
Le analogie con l'opera di Fitzgerald sono tematiche. Riguardano in particolare il rapporto con la ricchezza e la possibilità (o impossibilità) di riprendesi dopo la fine di una relazione particolarmente tossica.
Si sono palesati per me due problemi: i volumi italiani costano molto (comunque li ho comprati) e la pubblicazione in Italia è stata interrotta per sempre. Devo recuperare i fumetti francesi per sapere come va a finire.




Ciel - The Last Autumn Story
di Rhim Ju-Yeon
I fumetti in Giappone sono distinti in funzione del pubblico di riferimento: ragazzini (shonen), ragazzine (shojo), maschi adulti (seinen), donne adulte (Josei).
Stessa cosa in Corea: questo è un fumetto per ragazzine e quindi un sunjong manhwa. Carino, molto belli i disegni e l'autrice è particolarmente spiritosa, in alcuni momenti diventa una parodia del genere. E'ambientato in un'accademia di magia. La pubblicazione in Italia prosegue estremamente a rilento perché l'editore italiano rilascia forse un paio di volumi ogni anno. Qui ottavo volume, in Corea del Sud quindicesimo. Comincio a pensare che me lo abbiano interrotto.



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5 marzo 2011
Attack No.1!
"Mimì e la nazionale di pallavolo" è uno di quei vecchi cartoni giapponesi anni settanta/settanta che si segnalano per un'atmosfera assai triste e l'esilarante etica della sofferenza e del sacrificio che li caratterizza.
Nel mirabolante episodio 53 Sutomu muore e nei suoi diari spiega perché ha nascosto per lungo tempo i suoi dolci sentimenti per la protagonista: "Confesserò il mio amore per Mimì solo quando lei diventerà l'attaccante numero 1 al mondo". Che adorabile malato di mente!
Io trovo incantevole la sigla italiana e quella giapponese e poi l'atmosfera.
La Jpop ripropone il manga nei prossimi mesi.


Propongo altre due cose: questo vecchissimo post che avevo scritto e ho recuperato giusto oggi (molti li avevo cancellati e altri nascosti, quindi persi di vista) e un articolo del 2009 del Corriere della Sera intitolato "Berlusconi e le chiese finlandesi" in cui si spiega qualcosa della difficile (incomprensibilmente) relazione tra il nostro premier e il paese scandinavo.



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15 febbraio 2011
fumetti americani da consigliare? Due


All Star Superman
di Grant Morrison e Frank Quitely.
In pratica una miniserie di 12 numeri (raccolta in due volumi) in cui Superman sta per morire e vive idealmente tutte che ha già vissuto (i loro schemi).
Morrison è un genio e ha un formidabile archivio: ripesca trovate della Silver Age, le ripropone in modo brillante e praticamente consuma tutto quanto.







Astonishing X-Men
di Joss Whedon e John Cassaday.
Tutti i personaggi qui sono scritti molto bene e i dialoghi mi sono piaciuti in particolar modo. Emma Frost è stupenda, come non amare Emma Frost?
Si tratta di una storia che, se vogliamo, è composta da quattro storie consecutive che si sommano una alla volta e si risolvono tutte insieme alla fine.
Joss Whedon riprende dove Grant Morrison aveva lasciato gli X-Men prima di lui. E riprende in modo surrettizio anche la Saga di Fenice Nera (1980) che aveva rappresentato un momento di svolta nella storia di questo fumetto. Cioè la perdita dell'innocenza, dove compare l'adolescente Kitty Pride per la prima volta e prende le mosse la sostituzione colpevole di Jean Grey con Emma Frost.
Astonishing X-men inizia quando Kitty ritorna nel gruppo e noi osserviamo tutto attraverso i suoi occhi perché è lei, si capisce, il personaggio centrale.


Entrambe sono al di fuori della continuity, All Star Superman perché concepito in un mondo a parte e Astonishing X-Men perché praticamente non si accorge di tutto il mondo Marvel che ha attorno per tutta la sua durata.
Un altro suggerimento? C'è una bellissima edizione della Planeta DC di Batman: Anno Uno



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9 febbraio 2011
futuri sviluppi (III)
Ikki Kajiwara
1



Rocky Joe (Ashita no Joe) è un fumetto da cui è stato tratto un cartone animato. Il nome italiano si riferisce al popolarissimo pugile inventato da Sylvester Stallone, quello giapponese ("il domani di Joe") all'idea di futuro che è uno dei temi fondamentali di tutta la storia.
Il Giappone vissuto da Joe è assai povero, triste, senza speranza. Il nostro scopre la boxe e inizialmente la rifiuta e quindi se ne innamora ma qualcosa nella sua esistenza non funziona. Non si gode nulla, non riesce a lasciarsi andare e infine muore sul ring in un combattimento terribile contro il campione del mondo.
La sua morte è l'estinzione di un senso di colpa che accompagnava tutte le pagine della sua storia: i combattimenti sono distruttivi, Joe aveva ucciso sul ring il suo più grande rivale Rikishi. Questo non se lo perdona. Fino alla fine.
Yoko Shiraki lo ama? Lui ama Yoko Shiraki? La tratta male tutte le volte che la incontra, nel finale le consegna l'asciugamano dicendole di non gettarlo mentre il messicano Jose Mendoza lo massacra di pugni.

E' un fumetto molto tetro, valorizzato dalle tinte scure di Tetsuya Chiba. I testi sono scritti da Ikki Kajiwara, lo stesso autore dell'Uomo Tigre, un altro fumetto infelice.
In realtà non c'è neanche paragone tra Rocky Joe e l'Uomo Tigre, il primo è molto più serioso e realistico nella sua disperazione, il secondo un pò cialtronesco, assai ripetitivo e praticamente senza storia o personaggi.

2

In un'episodio dell'Uomo Tigre improvvisamente si rompe il televisore all'orfanotrofio gettando nello sconforto tutti i bambini che così non potranno seguirsi l'ultimo incontro del loro preferito tra i lottatori mascherati.

Questo vecchio cartone animato giapponese si svolge lungo una serie di incontri in cui Naoto Date, ossia il misterioso Uomo Tigre, deve sconfiggere i suoi avversari di Tana delle Tigri che vogliono ucciderlo sul ring per regolare un conto lasciato in sospeso.
Racconta l'ascesa e la caduta di un idolo mediatico che si ripromette di combattere lealmente e poi fugge per la vergogna quando nell'ultimo incontro viene meno a questo suo ideale.
Per rabbia e disperazione.
E i bambini erano sempre davanti al televisore, per 105 puntate, pronti a imparare qualcosa da questo pedagogo surreale, in un mondo triste e povero, ripieno di mostri.

Cartone animato "su licenza": comparivano alcuni veri lottatori del Puroresu (wrestling giapponese) degli anni sessanta.
Ricostruiva l'immaginario della lotta mascherata: prendendo sul serio le finte storie di cui il wrestling si nutre che nell'immaginazione ovviamente diventavano "vere".

Un cartone piuttosto violento, ripetitivo e particolarmente datato. Ricordato da qualcuno con affetto.



permalink | inviato da notturnoumano il 9/2/2011 alle 22:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
3 marzo 2007
non si sa mai quando su uBC

Apocalypse Now Redux

Aiutiamo un po 'sti giovani
recensione di D.Calandra,  (PREVIEW - NON IN "PUB")

Apocalypse Now Redux

Apocalypse Now Redux

info correlate

Sara è in fondo l'anima di Nathan Never, o almeno del Nathan di Medda. E' un centro di interesse emotivo in cui si raccordano ricordi importanti, dove fanno capolino incertezze, frustrazioni, sensi di colpa e speranze.
La sua presenza ci rimanda a una lunga trama sviluppata negli anni dalla sua prima apparizione (ne "L'abisso delle memorie", 1992) all'ultima in ordine di tempo ("L'ultimo addio", 2005), dove improvvisamente lei e Nathan si erano ricongiunti, ponendo fine con un abbraccio alla lacerazione del loro rapporto e il lungo periodo di separazione, finanche fisica, e di certo traumatica, che ne era seguito.
"Sara McBain" è il titolo del primo albo di questa storia doppia, ma c'è da dire che la bionda ex-procuratore si lascia un più mettere da parte dalle sue insicurezze, e il suo problema personale si riduce innanzitutto a una questione deontologica che la allontana spiritualmente da Nathan per un centinaio di pagine. Ritorneremo più avanti su di lei.

L'azione e l'attenzione si concentrano piuttosto su un gruppo di ragazzi speciali, i cosiddetti "figli dell'apocalisse" che danno il titolo al secondo albo.
Chi sono? Non soltanto i giovani "x-men" rincorsi dai soliti cattivi per tutta la storia, ma anche Nicholas Bates o la figlia di Sara, per altri aspetti. Le nuove generazioni insomma, che sono le prime vittime di un mondo abbrutito, perché pessimamente generato da altrettanto pessimi genitori: da quelli irresponsabili (di Ben, di Kate) a quelli che cercano in una progenie solo una copia di se stessi (Neil Bates), fino addirittura a quelli che hanno il "complesso degli dei dell'olimpo" (la multinazionale) e costruiscono figli disinteressandosi della felicità, chiedono solo venerazione ma al contempo li trattano in modo arbitrario e dispotico.
Medda costruisce un interessantissimo gioco di specchi dove la "trama vera" è in realtà un pretesto per parlare di pedagogia: tutto il mondo e i suoi malanni riescono a rientrare in un discorso sui genitori ed i loro figli (Naturalmente la parte dei bravi genitori nella geometria del racconto spetterà a Nathan e Sara).

E' sempre la fine del mondo

Sembra che la dimensione della coppia Nathan-Sara sia grossomodo risolta, che i due abbiano lasciato qualcosa di importante alle loro spalle visto che "Dopo l'apocalisse" (num. 162-164) il senatore Sawyer è morto e con lui, simmbolicamente, è venuto meno l'Ostacolo, ossia la loro immaturità, tutti gli errori passati e in un certo qual modo anche la loro giovinezza.
Da persone mature i due possono quindi proporsi come coppia genitoriale e aiutare le nuove generazioni che vivono su di se l'angoscia della propria adolescenza (dal latino "adolescere", crescere), in pratica una nuova Apocalisse.

Ma se Nathan impersona il ruolo dell'eroe nel modo più "classico", ossia risolvendo un'indagine e vincendo una serie di sparatorie, pur lasciando percepire nei suoi dialoghi che èun uomo buono e che di lui ci si può fidare, la situazione che Sara si trova di fronte è completamente diversa, dovendo infatti far fronte ad un delicato problema di deontologia professionale che risolverà, per farla breve, anteponendo la sua coscienza di madre a quella (disumanizzante) di professionista.

Da persone mature (Nathan e Sara) possono proporsi come coppia genitoriale e aiutare le nuove generazioni che vivono su di se l'angoscia della propria adolescenza...

Fare un passo avanti

Il lettore rischia di essere indotto a dubitare di Sara perché lei, in termini narrativi, impiega molto tempo prima di risolversi a fare la cosa "giusta".
Medda dal canto suo conosce molto bene il suo personaggio, perché lo ha creato e sempre meravigliosamente scritto, e si ricorda perciò di quanto lei sia insicura: è in fondo la stessa Sara che in "Una canzone per Sara", a lei completamente dedicata, si ritraeva e nascondeva il suo corpo per tutto il tempo, non riuscendo così ad afferrare la felicità che sembrava esserle regalata.

Sara è ancora la stessa donna e conserva ancora quelle difficoltà relazionali che una vita blindata le ha trasmesso, ma ora è in grado di fare un passo avanti.
Lascia da parte quelle insicurezze che nella forma della sua professionalità in altri momenti la avevano bloccata e riesce ad agire per il meglio, e Nathan può entrare in questa sua "sfera", quando prima veniva lasciato chiuso fuori.
E significativamente, alla fine della storia, riceve anche una sorta di chiamata-premio da parte della figlia estraniata, forse perché i bravi genitori permettorno al mondo di andare avanti.

Oblomov

C'è invece chi resta fermo.
Una sottorama molto interessante è quella dell'ipotetica vendetta della B.Yonder. Tutta la storia, nelle sue primissime pagine, si annuncia come la realizzazione di questa vendetta, ma poi qualcosa si inceppa.
Succede che Nicholas Bates, clone/figlio di Neil Bates, non riesce a decidersi e rimane per gran parte del tempo a ponderare cosa dovrebbe fare, senza poi davvero determinarsi a farlo.
Nicholas crede di soffrire della sindrome di Oblomov, ma non è vero, perché tale malattia risulta essere una finzione, introdotta ad arte per mascherare una normale abulia adolescenziale: un rifiuto inconscio di relazionarsi al mondo dei padri.
Nel mondo cinico che Medda racconta, le industrie farmaceutiche l'hanno inventata, e presentata come sindrome, solo per vendere i loro medicinali. Nicholas scopre l'inganno e improvvisamente si sveglia dalla sua abulia, decide di incamminarsi sulla strada giusta, ma dopo sarà fermato dai suoi stessi creatori della B.Yonder, che in pratica lo priveranno di ogni prospettiva ideale, lo svuoteranno di nuovo: lo oblomov.

Maschere vuote

Medda prova anche a coinvolgerci nel complicato maneggio politico dei suoi personaggi, un intreccio apparentemente noioso in se stesso ma proprio attraverso di esso, tra tanti nomi e complicazioni, osserviamo come a muovere le fila della malvagia organizzazione sia solo una nidiata di spettri: una serie di maschere vuote.
E di Medda apprezziamo il forte senso morale: egli è in grado come pochi di restituire l'idea che nel nostro mondo/nel mondo di Nathan ci sia effettivamente qualcosa di corrotto, di sporco, di marcio.
E l'altro volto di una realtà siffatta sono le parole dure di Nathan o Branko, mosse dalla ripugnanza e dalla rabbia, espresse con un linguaggio che sembra appartenere più propriamente al tipico frasario ruvido di Tex Willer.
La storia raccontata è molto interessante dal punto di vista tematico e di certo è ben triste. In termini di scrittura si tratta di un lavoro notevolissimo.

Sui disegni e nel complesso

Necessariamente poche parole da spendere sugli stupendi disegni di De Angelis. Tratto pulito, deciso e perfettamente definito, personaggi tutti ben caratterizzati e sempre espressivi. Scorrere le pagine è una gioia per gli occhi.

Volendo formulare un giudizio complessivo: si tratta di un bel lavoro, forse appena un gradino al di sotto di altri lavori di Medda ma comunque un'ottima prova, coadiuvata da un De Angelis in forma strepitosa.

 6/7 




permalink | inviato da il 3/3/2007 alle 23:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
8 gennaio 2007
Touch [Mitsuru Adachi]
Questa è sostanzialmente una rielaborazione di mio vecchio post. Ho fatto qualche modifica e piccole aggiunte e poi ho spedito alla brava Martina Galea che ha tradotto quello che le avevo mandato in italiano e pure lei messo del suo. Questo fumetto, o meglio il cartone animato, mi piaceva molto da adolescente e quindi mi è risultato facile parlarne bene. Ora lo trovo curiosamente piuttosto antipatico.
L'articolo di prossima pubblicazione su uBC fumetti nei giorni a venire, salvo qualche correzione di stile magari.

Touch, o del contatto

un'analisi delle molte relazioni presenti nel manga
articolo di D.Calandra, M.Galea,  (PREVIEW - NON IN "PUB")

Touch, o del contatto

Touch, o del contatto

Il genere di Mitsuru Adachi è tutto suo e molto peculiare, un modo di narrare che mescola insieme lo shonen manga (per ragazzi) e lo shojo (per ragazze), in un ibrido tra lo sportivo e il sentimentale che gli ha fatto guadagnare moltissimi estimatori.
Una delle sue opere più celebri, Touch, si inserisce perfettamente in questo stile: prima opera importante di Adachi in ordine di tempo, svolge il tema della presenza e dell'assenza, anzi (per essere precisi) del contatto, come sottolineato dall'ottimo titolo.

La storia in breve

Tatsuya e Kazuya Uesugi sono due gemelli, ma (almeno all'inizio del manga) totalmente differenti. Il primo, chiamato affettuosamente Tacchan, è pigro e svogliato, va male a scuola, non è particolarmente popolare tra i suoi coetanei e, nonostante ne abbia le capacità, ha rinunciato a confrontarsi col fratello, apparendo sempre sconfitto e lasciando a Kazuya la parte dell'eroe.
Il protagonista è quindi Tatsuya, che però si defila sempre, rimanendo eccentrico ogni volta rispetto al punto focale dell'azione degli altri personaggi: non gioca a baseball, mentre il fratello Kazuya Koushien: si tratta delle attesissime finali del torneo interscolastico giapponese di baseball, assai popolari nel paese e seguite in diretta dalla televisone nazionale. è l'asso della squadra, capace di trascinare l'istituto verso il Koushien, partita dopo partita tra l'entusiasmo generale.

A completare il triangolo, in perfetto stile Adachi, troviamo Minami, la bella ragazza vicina di casa, amica di infanzia, compagna di classe ed interesse amoroso dei due ragazzi. Per quanto Minami preferisca Tacchan a Kacchan, il "perdente" Tatsuya vorrebbe farsi da parte per consentire al fratello, così perfetto e sicuramente migliore di lui, di prendersela e renderla felice. Questo senso di colpa e di inferiorità del fratello "idiota" (baka anaki) impedisce a Tacchan di afferrare pienamente la situazione e farsi avanti, preferendo usare il gemello come scudo, che in questo senso è fin dall'inizio un peso morto.

Kazuya, Minami e Tatsuya
disegni di M.Adachi

(c) aventi diritto

bks:Image

Perchè Touch?

Prima di continuare nell'analisi è opportuno chiarire il significato del titolo, ovvero il perchè questo fumetto si intitoli "touch".
...prima opera importante di Adachi in ordine di tempo, svolge il tema della presenza e dell'assenza, anzi del contatto, come sottolineato dall'ottimo titolo.
Il contatto a cui si fa riferimento è innanzitutto quello erotico di due corpi, un contatto che pare annunciato da tutta la narrazione ma resta quasi per sempre un desiderio represso, sublimato in tanti modi, dall'impresa sportiva agli sguardi sospesi tra le fanciulle in fiore quando si cambiano in uno spogliatoio e poi fanno ginnastica.
In secondo luogo rende bene la contrapposizione tra ciò che è "fisico" e ciò che è "metafisico": in pratica nei lavori di Adachi l'avversario è prima di tutto un fantasma psicologico e forse qualcuno in carne ed ossa.
E tuttavia la presenza fisica di un rivale o della persona che si ama è molto importante per evitare di disperdersi e rimanere focalizzato: quando Kazuya muore - ed è questo il colpo di scena sensazionale - Tatsuya Uesugi rimane sconvolto e privo di punti di riferimento. Come può continuare a confrontarsi con il fratello se adesso è diventato puro spirito? Come può superarlo adesso?
Tatsuya prende il posto di Kazuya nella squadra di baseball e così rimane in "contatto" con lui, si dimostra bravo e capace, per poi inizia ad imitarlo nel modo di giocare ed infine a comportarsi come lui. In questo passaggio, Tatsuya contravviene alla regola che Minami aveva enunciato all'inizio -"Kacchan è Kacchan e Tacchan è Tacchan"-, rischiando quindi una grave sconfitta e un finale infelice.
    Lo sport è sempre contatto: contatto fisico e presenza di spirito.
    Nel baseball bisogna colpire con forza la palla con una mazza e poi calpestare tutte le basi per riuscire a fare un punto. Nel pugilato si viene colpiti con forza e bisogna imparare a saper reagire, a colpire a propria volta. Il "touch" è anche il gesto con cui in molti sport gli atleti si danno il cambio sul terreno di gioco, particolarmente è il segnale che permette ad un wrestler di sostituire il compagno nella lotta: i due gemelli lo usano una volta in questo senso.
    La stessa Minami pratica il tiro con l'arco, disciplina nella quale sono dominanti il "tocco" delle dita sulla corda e il suono sordo del "contatto" tra freccia e bersaglio.

    Minami si concentra
    disegni di M.Adachi

    (c) aventi diritto

    bks:Image

    L'attività fisica richiede un grande impegno e contribuisce a rendere consapevoli del proprio corpo, a trasportare gli individui in un contesto di viva realtà. E la realtà può essere urtante, ma bisogna viverla senza nascondersi, evitando di astrarsi per non partecipare: Tatsuya è quindi costretto a giocare, accantonando il ruolo passivo di "fratello di" e spettatore.
    Sarà proprio questo continuo confronto con se stesso e con l'ombra del fratello, suo principale avversario, a permettere a Tacchan un graduale risveglio, una maturazione psicologica e fisica che lo trasformerà nel protagonista assoluto del manga.

      Un'opera multiforme

      Touch è un fumetto a tratti entusiasmante, e sebbene abbia qualche vistoso calo di ritmo e di intensità a metà della corsa, recupera pienamente nel finale.
      La prima parte della storia presenta Tatsuya, Kazuya e Minami, il triangolo di protagonisti. In questa prima parte un vero scontro tra i due fratelli rimane sempre in sospeso, e tutto l'universo della storia sembra catalizzarsi attorno alle partite per il Koushien, dove Kazuya brilla e si fa carico dell'entusiasmo generale.

      In questa fase, la scrittura di Adachi abbonda di segnali che preannunciano il tragico colpo di scena in arrivo: ad esempio, ad un certo punto Tacchan e Kacchan simulano un duello western, che si conclude con la finta morte di Tatsuya. Il ragazzo però protesta, sottolineando come "l'eroe non possa morire", e qui la reazione di Kazuya è emblematica: serio in volto, forse triste, dice "Allora sei tu l'eroe?".
      In un altra scena Minami cerca di predire il futuro di Kazuya con un mazzo di carte, ma quando esce un asso di picche, la ragazza ignora il "messaggio", rimescola le carte e ricomincia da capo.

      Sarà proprio questo continuo confronto con se stesso e con l'ombra del fratello, suo principale avversario, a permettere a Tacchan un graduale risveglio, una maturazione psicologica e fisica che lo trasformerà nel protagonista assoluto del manga.
      Ancora le carte: i tre giocano a poker e Tatsuya ha una mano migliore del fratello ma vuole farlo vincere, Kazuya se ne accorge e gli chiede di fare sul serio. Tra i due fratelli deve intervenire Minami per spezzare la tensione, ma concludendo anche la partita che rimane quindi sospesa e senza vincitori.

      Sullo scontro finale rimasto in sospeso tra i due Uesugi si chiude la prima parte, ed ora Adachi deve reinventare radicalmente il suo fumetto per poterlo continuare, ora che Kazuya è morto (per aver dimenticato a casa il suo portafortuna) e che Tatsuya viene inserito nel contesto sportivo al posto del fratello.
      Arrivano quindi due nuovi personaggi: Akio Nitta, fascinoso e grintoso amante delle moto, è il rivale principale sulla strada del Koushien, e incidentalmente anche un rivale per il cuore di Minami.
      Poi c'è Nishimura, che è quasi sempre un personaggio parodistico: è un doppio di Terashima (un fortissimo lanciatore in semifinale, il cui padre muore investito appena prima della morte, sempre per investimento, di Kazuya), di Nitta soprattutto (è brutto, spesso snobbato, va in giro in bicicletta ed è un improbabile aspirante fidanzato per Minami) e di Tatsuya poi (la sua "Minami", amica di infanzia, è grassa e sgraziata nell'aspetto, la maltratta e cerca di allontanarla in modo piuttosto triste). Il riscatto di Nishimura è narrato in un'inattesa sottotrama del racconto, e rivela quanto sia umano lo sguardo di Adachi e con quanta attenzione e pietà si rivolga anche ai suoi personaggi secondari.
      Un altro personaggio complementare è il "cattivo" Harada, che spinge Tatsuya ad entrare nel club di boxe: la presa di coscienza di Tacchan con la sua fisicità (io esisto come persona, non come riflesso di un genio) passa proprio per questa fondamentale fase.

      Il "cattivo" Harada
      disegni di M.Adachi

      (c) aventi diritto

      Copertina

      A questo punto il fumetto pare essere troppo lungo e di girare un può a vuoto: Nitta e la sorella non sembrano particolarmente in grado di impedire il coronamento del sogno di amore di Tatsuya e Minami, mentre qualche minima inquietudine grava sulla squadra di baseball.
      Il finale della serie si vivacizza con l'introduzione di un ultimo e "definitivo" personaggio: Eijiro Kashiwaba, un nuovo allenatore per la squadra di baseball dell'istituto, un tipo particolarmente strano, un uomo pieno di risentimento e rancore che non vuole che il "Meisei" arrivi finalmente al Koushien.
      In realtà Eijiro è un impostore: il vecchio coach, ammalato, chiede alla scuola di assumere Eichiro Kashiwaba come sostituto, "una persona che ama il baseball dal profondo del cuore", ex alunno e ottimo capitano del Meisei, ma per un errore del preside viene convocato e insediato il fratello Eijiro, magari bravo quanto l'altro nello sport ma crudele ed espulso dalle superiori per cattiva condotta.

      Questa svolta della trama è un vero tocco di genio: il nuovo allenatore è un "sosia" di Tatsuya, per cui nella sua storia personale troviamo ancora due fratelli che aspiravano al Koushien e di nuovo una ragazza sospesa tra i due. Eijiro perde e questo lo rovina: costretto a restare sempre nell'ombra, sta persino persino perdendo la vista, un dettaglio che appartiene senza dubbio allo stile minimalista e simbolico di Adachi.

      In pratica Tatsuya trova personificata in Eijiro la sua cattiva coscienza, l'odio che deve aver sempre provato per Kazuya, certe pulsioni come la paura di vincere e persino il desiderio irrefrenabile di distruggere tutto.

      I compagni della squadra chiamano "Oni", "demone", il sostituto-allenatore: è una definizione molto appropriata se pensiamo che per Socrate i demoni erano delle ispirazioni e delle personificazioni delle idee.

      Il nutrito gruppo di personaggi di Touch
      uno studio preparatorio di Adachi

      (c) aventi diritto

      bks:Image

      L'intelaiatura di Touch è quindi molto ben costruita proprio dal punto di vista della psicologia dei suoi personaggi, che sembrano spesso rimuginare e ritornare sui loro dubbi e le loro paure, spalancando di tanto in tanta sguardi silenziosi che poi dicono molto, catturano e avvincono anche per quella malinconia di cui a volte si riempiono.

      Non sveliamo totalmente il finale, lasciando al lettore il gusto di scoprirlo, ora che può divertirsi a trovare collegamenti e riferimenti su più livelli tra i vari personaggi che arricchiscono la trama.

      Touch di Mitsuru Adachi
      Star Comics - collana FAN, 26 volumetti da 192 pagine, b/n - 3,10 euro




      permalink | inviato da il 8/1/2007 alle 3:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
      6 novembre 2006
      Xabaras (20)
      Il ventennale di Dylan Dog è stato scritto da Paola Barbato con i disegni di Brindisi, la storia celebrativa si svolge su due albi a colori e si inserisce nella "continuity principale" del personaggio: "L'alba dei morti viventi", "Morgana", "Storia di Nessuno" e "La storia di Dylan Dog".

      Quindi entra in scena quindi Xabaras, personaggio che evidentemente alla Barbato piace molto: lo ha utilizzato diverse altre volte per delle delle scene brevissime in cui si ribadiva quanto fosse minaccioso e che comunque voleva bene al figlio Dylan, con un'apparizione in uno specchio magari o con un flauto magico appoggiato alla bocca (ci controllava i morti) ci guadagnava sicuramente una certa aura di maestà e grandezza.
      Il ventennale ci fa rimpiangere tutto questo e mostra uno Xabaras operaio, molto presente e fallimentare, lo depriva idealmente di quella onniscienza e onnipotenza che in genere sembrava suggerire.
      Fatica e si arrabbia, suda, piagnucola, viene sovrastato dal gatto magico Cagliostro,  si innietta un virus sbagliato senza aver saputo valutare i rischi e le conseguenze e infine si suicida sparandosi in testa rendendo inutili almeno trent'anni di lavoro.
      Il sistema del doppio intreccio permette alla Barbato di risolvere la vicenda in modo che la "parte Cagliostro" si intrecci con la "parte Xabaras" e così un deus ex machina può intervenire alla fine.
      E come risolve il problema che Dylan Dog non può incontrare suo padre fino al finale già scritto e già letto del n.100?
      Una dimensione alternativa suona così comoda quanto poco immaginativa al tempo stesso.
      E retrospettivamente o in prospettiva futura come possiamo considerare Xabaras un serio antagonista per Dylan quando sappiamo il padre frignone che è ora "in verità"?
      Continuando sempre a ignorare, e forse è un bene!, che era stato stabilito che Xabaras fosse soltanto la parte cattiva del padre di Dylan e non un personaggio davvero completo.

      I disegni e i colori non sono molto convincenti, non capisco in particolar modo i vestiti di Kim che da un vignetta in poi sembra indossare un sacco della spazzatura, gli effetti di fluorescenza del mondo sovrannaturale sono bruttissimi.

      Ancora qualche parola sul finale: Cagliostro per riaggiustare le cose deve accettare per sempre una vita di solitudine ma era già così prima che in questo numero con una revisione retroattiva della continuity la Barbato lo avesse restituito alla sua padrona ritornata una strega e quindi in grado di farsi accompagnare da un gatto magico: prima era stato stabilito che quella avesse perso i poteri magici dopo "Maelestrom", un Cagliostro già solo appariva successivamente ne "Gli occhi del gatto".
      Non sembra comunque terribile questa nuova solitudine post-ventennale. Ultime vignette Dylan al gatto: "Questa è casa tua, se ti andrà di ritornarci, Cagliostro", e il gatto ci ragione e poi risponde pensando "Puoi giurarci. Puoi giurarci, Dylan Dog"
      Niente che sottolinei il facile prezzo che la Barbato ha speso per confezionare il finale (avendo idealmente stampato delle banconote false per pagarlo tra l'altro)

      In questo storia è assolutamente inspiegabile la presenza di Wells e soprattutto del professor Adam (aveva fatto la sua unica apparizione in "Phoenix", mi pare).
      L'impressione è che questa storia abbia subito dei tagli e che ne sia rimasto il segno.
      In ogni caso il risultato finale è mediocre.



      permalink | inviato da il 6/11/2006 alle 3:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
      1 novembre 2006
      l'ultimo giorno/ nuove frontiere nella scienza e nella tecnica
      1

      Saint-Exuperiamo?

      "Le stelle, figlia mia, sono come tanti portali da cui possiamo vedere il passato, perché la loro luce ci arriva purtroppo con tanti anni di ritardo[1].
      E'ancora di più ce ne mette la sua voce ad arrivare a noi, dicono che non ci sia la possibilità di propagare suoni nello spazio ma sono gli adulti a dirlo perché hanno perso la capacità di ascoltare. Restano i bimbi.
      Ma una stella deve pensare attentamente a quello che vuole dire ai bambini proprio perché ogni cosa che dice rischia di essere un anacronismo, una volta la stella Sirio voleva iniziare una conversazione con un giovane faraone ma per il tempo in cui le sue parole arrivarono su questa terra qui eravamo già all'Illuminismo.
      E la stella com'era disperata quando vide che le sue parole non ne volevano sapere di arrivare a destinazione! Vide il ragazzo crescere, ammalarsi e morire, poi osservò con altrettanta attenzione suo figlio regnare sull'Egitto e pensò che all'incirca era la stessa cosa se questo nuovo faraone avesse ricevuto il messagio che aveva destinato al padre, il contesto era assai simile dopotutto e anche il loro ruolo.
      Niente. La poveretta avrebbe visto consumarsi l'intera dinastia mentre sulla terra non era arrivata una parola"
      Al che la piccola bimba alzò lo sguardo verso la madre e sembrava un poco seccata: "Mamma secondo me la stella vedeva pure lei il passato"
      "Esatto, hai capito bene è come certe persone che rimangono bloccate indietro nel tempo e non riescono ad accettare che al passare degli anni debba corrispondere una rivoluzione nei loro pensieri. Quindi si ammutoliscono e rimangono a cercare in continuazione qualcosa che non c'è più.
      Comunque destò grande impressione nel firmamento celeste la scoperta che un reale rapporto tra stelle e bambini è praticamente impossibile e visto che gli oggetti al di là della troposfera [3] sono tutti uguali nelle loro personalità interiori piuttosto che evitare un eco insensato delle loro coscienze gli astri [4] decisero di tacere per sempre."
      "E' una storia stupida"
      "Bimba mia, l'ho pubblicata perché ormai l'ho scritta e non volevo buttarla.".

      [1] la velocità della luce è infatti 1,079,252,848.8 km/h
      [2] la velocità del suono sarà sempre inferiore a quella della luce.
      [3] è una mamma che parla un linguaggio abbastanza complicato malgrado la bambina abbia meno appena cinque anni.
      [4] si trattava in realtà di pedofilia

      2

      C'è un manga che mi piace moltissimo, forse al momento è persino il mio preferito, è terribilmente ben scritto. Si intitola 20th century boys e consiglio a chiunque capiti su questa pagina di leggerlo.
      Il problema è che i volumi sono costosi, almeno nell'edizione italiana poi so che si possono scaricare via internet in inglese ma non posso garantire sulla traduzione in questo caso.
      In italiano sono 7 euro a volume e ne sono usciti una ventina.



      permalink | inviato da il 1/11/2006 alle 6:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
      29 agosto 2006
      Humanæ Vitæ (2104)
      Questo articolo lo avevo scritto per uBC ormai quasi due anni fa. Lo avevo tolto dal blog perché mi sembrava bruttino - è comunque molto meglio delle ultime recensioni che ho pubblicato sul quel sito. Rileggendolo l'ho rivalutato.
      Una volta Nathan Never era uno dei miei fumetti preferiti, il livello della serie purtroppo negli anni è precipitato (salvo solo Medda).


      Nathan e la guerra che non c'è
      articolo di Daniele Calandra
      novembre 2004

      Il "mondo in guerra" visto sulle pagine di Nathan Never (NN 157-161) condivide con la nostra contemporaneità situazioni e paure che sono oggi assolutamente al centro dell'attenzione globale: guerra, terrorismo, il fantasma delle libertà civili violate in nome della guerra al terrorismo. Si tratta di una coincidenza, molto probabilmente, visto che i tempi lunghi di lavorazione di una storia bonelliana rendono molto difficile produrre, anche volendo, storie "di attualità". Ma nella storia si trovano, di fatto, analogie piuttosto interessanti.

      Una considerazione preliminare. Chi è il più "americano" dei personaggi Bonelli? Martin Mystère? E' cosmopolita ed esoterico. Nick Raider? E' un giallo privo di memoria storica. Julia? Troppo intimista, borghese e a suo modo europea. Mister No? Beat generation, è andato in Brasile proprio perchè non si sente "americano". Nathan Never è la risposta: più di tutti questi oggi ci racconta l' America, gli Stati Uniti.
      Un'America al centro del mondo, terra di grandi sogni, libertà e contraddizioni. L'America come allegoria della promessa, il futuro è una terra promessa, il luogo della disillusione dall'utopia, degli ingranaggi infernali della produzione industriale e delle grandi frontiere illuministiche. Un'America tra guerra e attentati.

      L'11 Settembre della New York nathaneveriana (ovvero la Città Est) è rappresentato dalla caduta di Urania. La stazione spaziale precipitata non può non ricordare un aereo in missione suicida, anche se pilotato da uno sgabuzzino su Melpomene. Il pilota suicida Ada Morgan vestita "araba", è lo stereotipo perfetto del terrorista/integralista/dittatore che, in nome della sua Causa arriva a uccidere milioni di "innocenti che non esistono". Se guardiamo il "Giornale SBE", le storie del dopoguerra vengono presentate con la frase: "un enorme cratere sembra voler testimoniare -a imperitura memoria- la stupidità della guerra": ecco che abbiamo anche "Ground Zero". Un punto d'approdo. Quel Nathan, che vorrebbe essere invecchiato, sulla copertina del prossimo numero, con tutte quelle forze dell'ordine (che ricordano Pompieri) sembra guardare quel buco e dentro al buco il Male.

      Ma se la guerra di Nathan sembra tanto vicina al nostro mondo al contempo ne risulta terribilmente lontana. L'America di Nathan non vede la guerra fino all'epilogo La distanza dal lettore/spettatore risulta persino ampliata dal fatto che è proprio una guerra quella che si è voluta raccontare. Sembra che Vietti si interessi di più al proprio meccano dei grandi eventi piuttosto che alla piccola vita che vi pullula attorno. Anche i dialoghi personali degli uomini sono sempre riassunti o espedienti narrativi (ricordare che succede, allontanare Legs) quando non vengono interrotti troppo presto. E se la guerra è la massima espressione del meccano è anche vero che la personalità viene per lo più negata in questa sceneggiatura.

      Gli Agenti Alfa agiscono a ben vedere poco (ma parlano moltissimo) e quasi non combattono. Per una precisa scelta editoriale (perchè la guerra è sbagliata) Nathan e i suoi amici "non fanno la guerra" bensì la controllano, tentano di renderla più breve. E così rimangono marginali. Nel contempo però vengono presi in qualche occasione da un curioso furore bellicista come tanti soldatini fedeli che non vedono l'ora di mettersi al servizio del meccanismo: Luke si lamenta perchè non combatte, Legs vuole tornare sul campo di battaglia dopo l'incidente, il Generale Shea insegue la bella morte, Hadija cerca di spiegare a Nathan Never che il mondo non è solo in bianco e nero. Nathan, il protagonista, è poi un personaggio "larger than life"; la sua vita privata non è un elemento minimale nel grande evento ma davvero il centro dell'universo. Un'esclamazione machista.

      Personaggi spogli e vuoti come la superficie lunare, il rifugio del demiurgo Alfa, come l'interiorità del demiurgo stesso. Come tante scatole vuote nei racconti viettiani: Skotos che distrugge tutti i propri tecnodroidi nell'opinabile distruzione di Hell's Island (NN149) , Melpomene, priva di soldati suoi, al momento decisivo difetta anche di quelli di Mister Alfa che si rivela privo di difese lui stesso nella propria grande base segreta quando viene attaccato. In pratica grandi apparati scenici risolti in modo quasi comico tirando giù una tenda e scoprendo il trucco, pigiando un bottone, ricorrendo ad un irritante deus ex machina.

      E l'impatto della storia sui lettori, proprio per la drammaticità delle scene che vediamo tutti i giorni in TV e che il nostro mondo vive realmente, risulta davvero ridotto in virtù di tutta una serie di "difetti" di soggetto e sceneggiatura che non la rendono coinvolgente e quantomeno la fanno svanire di fronte alla realtà. Tutto sembra terribilmente vuoto.

      E' una guerra che somiglia poco alle guerre moderne ed è più simile a quelle napoleoniche che con poche battaglie campali decidevano le sorti delle nazioni. Ma feriti non ci sono, i mutilati assenti, niente carroarmati per strada e altre scene che potevano essere di impatto. Il cosiddetto "fronte interno", la produzione bellica industriale, è un elemento sconosciuto, la propaganda militare non si vede all'opera, l'impatto sui mezzi di comunicazione residuale, lo scontro sociale tra le parti è minimale. Le guerre moderne si trascinano nei mesi o negli anni lungo drammatiche linee di resistenza, cariche di mine e di vittime civili soprattutto, con dopoguerra bellicosi. Questa ha una sua lunghezza fatta tutta di attese, di vuoti e c'è in pratica un unica battaglia. I morti civili sono frutto di una casualità, del finale ad effetto, slegata a ben vedere dalla logica bellica. Altro rispetto a Napoleone e alla guerra in generale, quella che in genere siamo abituati a considerare "guerra".

      Certe spiegazioni appaiono improbabili. Strana la tesi secondo la quale la guerra tra Terra e Colonie durerà poco dato che le rispettive opinioni pubbliche faranno chiasso. Non si capisce come Melpomene non sia indipendente dato che ha preso un infinità di decisioni autonome ed è diventata una sorta di dittatura (!) per la pigrizia (?) del senato, con tanto di flotta di astronavi da guerra. Improbabile l'atto monarchico del presidente Abraham (Lincoln nero) in chiusura. Dalla sua Casa Bianca concede l'indipendenza alle colonie sconfitte lasciando loro tra l'altro il controllo di tutte le risorse agricole della Terra. "Per una volta abbiamo imparato dalla storia" (sic).Una decisione poco giustificabile data la situazione di tensione politica e sociale immaginabile per un dopo Urania e per il semplice fatto che per negare quella indipendenza era stata combattuta la guerra.

      Finita la saga, la storia tripla Medda/Olivares ci racconterà da Novembre il dopoguerra con un salto temporale di tre anni. Il mondo si ritrova nelle mani dei Pretoriani (complottistico governo ombra), di Mister Alfa, del SIM, di tutti coloro che passano il loro tempo a tramare negli angoli, la giustizia e le libertà civili si riducono in nome della "sicurezza" (la giustizia, sommaria, sarà amministrata da "proconsoli" che richiamano Judge Dredd). Nathan Never il lettore se lo ritrova tutto vestito di nero, in lutto ma pettinato con il gel, dopo la guerra e la caduta di Urania, come uno spettro angosciante sopravvissuto al dileguarsi del proprio mondo e dall'identità sempre più variabile se non inconsistente.

      Questo Nathan ci racconta, come mai prima, la contemporaneità e al contempo la più completa irrealtà. La guerra sembra censurata nel suo orrore e resa domestica, ancor meno che televisiva. Per tutta una serie di motivi, alla fine della lettura viene quasi da dire che sulle pagine di Nathan la guerra non c'è stata. Speriamo almeno nel futuro del futuro, se la guerra di secessione è finita... "Domani è un altro giorno". Con l' augurio di un migliore Nathan Never.



      permalink | inviato da il 29/8/2006 alle 6:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
      4 maggio 2006
      Superman: Red Son [Mark Millar/ Killian Plunkett]
      SPOILER
      Cos'è la libertà?

      E' una domanda piuttosto inquietante se pensiamo che è proprio dal suo esercizio che emergono il caos e le infelicità del mondo. Se allora tutto il mondo fosse automatizzato e predeterminato in modo che tutti gli uomini fossero obbligati a prendere le migliori decisioni per loro stessi, se il mondo fosse governato da un Superuomo del tutto infallibile, non sarebbe meglio per tutti noi?
      Se al termine di tutti i nostri errori potessimo finalmente scorgere un'avvenire di felicità per tutti gli uomini, allora non sarebbe meglio?
      Su questi basi si muove un interessante elseworld, che immagina il più importante supereroe dell'immaginario DC, cioè Superman, in una realtà completamente opposta a quella in cui siamo abituati a considerarlo.
      Non viene ritrovato in Kansas ma in Ucraina, nell'Unione Sovietica del 1938, e non sarà più "il difensore della giustizia, della verità e dell'American way" ma il protettore "del lavoratore comune, che combatte una battaglia senza fine per Stalin, il socialismo e l'espansione internazionale del patto di Varsavia".
      Naturalmente ci sono tanti altri personaggi che sono abituati a confrontarsi con Superman nella sua serie canonica e come al solito Lex Luthor è un campione dell'umanità sui generis, macchiavellico e ossessionato dal furto di potenzialità che quell'alieno sembra fargli, perché le possibilità più alte doveva raggiungerle lui, nato praticamente per uccidere un Dio; Lois Lane ha quasi il presentimeno che lei e Superman dovrebbero stare insieme, ma siccome vive in America e l'altro si trova in Russia si sposa con Luthor con cui almeno può condividere il pasto di una triste fascinazione per l'assoluto.
      Lana Lazarenko, o Lana Lang, è una figurina ritagliata dalla sua infanzia contadina mentre Pyotr Roslov (Peter Ross) è l'invisioso "amico" che Superman si cerca, senza capire quanto velenosa sia la sua invidia, mentre nella realtà canonica la stessa restava sotto traccia: il personaggio rimaneva positivo, "il migliore amico" senza esternare particolari pulsioni aggressive.
      Batman è in un costume molto figo e con un meraviglioso colbacco in testa, rappresenta il caos e la paura della notte mentre una luce troppo forte vorrebbe annullare, "illuminare" le coscienze. E ancora altri personaggi riscritti: Wonder Woman deve fare i conti con l'assenza di un uomo nella sua vita, Hal Jordan (Lanterna Verde) è completamente ossessionato dai comunisti.
      La storia macina il secolo: negli anni cinquanta Superman compare per la prima volta agli occhi del mondo, poi succede a Stalin, l'altro "uomo d'acciaio" e si noti, non voglio essere pedante, che l'epiteto "man of steel" è lo stesso che nei fumetti viene sempre associato a Superman; negli anni settanta l'Unione Sovietica ha quasi il controllo del mondo ma poi negli anni duemila quando Lex Luthor diventa presidente degli Stati uniti le cose cominciano a cambiare. E lo scontro diventa inevitabile.
      Vediamo così con il trascorrere del tempo un Supeman che inconsapevolmente ragiona come Brainiac, che vuole eliminare ogni discrezionalità nei comportamenti e impacchettare la realtà negando ogni forma di imprevisto, meccanizzando, alienando, disumanizzando.
      In ogni caso il lascito di Superman è doloroso, come nell' "Anfitrione" di Plauto, un padre si trova giocato e deve sopportare che il figlio non suo che si trova a crescere oltrepassi qualsiasi cosa avrebbe sperare per sè. Ci si sente male di fronte alla divinità e si prova come se si venisse uccisi o sostituiti. E il disagio purtoppo è anche dell'alieno.
      Allora l'umanità viene onorata nella sua invidia (Lex Luthor) ed amata proprio nella sua cattiveria, tanto che in un mondo perfezionato dall'Onnipotente il peccato originale diventa inevitabile e l'umanità viene riscattata proprio dalla sua malignità.
      Poi proseguono i secoli mentre vediamo l'incredibile sviluppo della storia del nostro pianeta mentre il nostro sole si ingrossa e diventa una gigante rossa. Come Krypton alla vigilia della sua catastrofe.

      Un Superman ottimo, nello stravolgerne la storia lo si indovina. Non è un personaggio così noioso come potrebbe sembrare.



      permalink | inviato da il 4/5/2006 alle 2:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
      27 marzo 2006
      1

      Calvin and Hobbes


      2

      Nello scontro tra il servo e il padrone alle volte il servo muore ma questo Hegel non lo dice. Il servo rimane al buio in casa mentre il padrone se ne esce fuori tutto vestito bene: è proprio un'altra persona, niente schizzofrenie.
      Poi se una ragazza si avvicina al servo, morto per modo di dire, lui la indirizza verso il padrone: è molto meglio, pare evidente. Dentro diventa molto cattivo e vive per la vendetta. Che brutto umore! Che brutta vita! Ma soprattutto: che denti!



      permalink | inviato da il 27/3/2006 alle 1:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
      11 gennaio 2006
      il mese scorso su uBC
      (Odio questa recensione perché il mio supervisore (sic) è intervenuto pesantemente sul testo prima della pubblicazione)
      Martin ha perso la sua ironia ed è in totale balia della verbosità del suo creatore.
       
      Quando Martin Mystère rimane a guardare
      recensione di Daniele Calandra

      Il maggior numero di pagine permette a Alfredo Castelli di distendere meglio una storia: può capitare però che ne risenta il ritmo e quello de "La tredicesima fatica" è blando, per usare un "blando" eufemismo, e il lettore è accompagnato senza traumi (né entusiasmi…) da una scrittura pesante, lenta e farraginosa verso un finale persino troppo affrettato ma “atono” come il resto della storia.

      Iniziamo proprio dal finale, analizziamolo nello specifico. Il colpevole “annunciato” per gli omicidi è l' Uomo Pesce, senza grandi sorprese, tranne forse il fatto che il racconto dell'Uomo in Nero a Mystère si mostri tanto esatto. Ancora una volta Martin è salvato all'ultimo momento da un Java che, per il resto della storia, quasi non compare, quasi fosse soltanto un pezzo dell'arredamento di casa Mystère. E' un espediente già usato nel n.268, ma qui ha un sapore particolarmente meccanico: per meccanico intendiamo "senza cuore", freddissimo, anche noioso.

      "Materialmente Martin fa poco o nulla..."   
      Come Mystère che, se non è allegro come in altre occasioni, qui è ingessato, quasi spiritato, fortemente impersonale, persino ruvido nel dialogo con Travis dopo la constatazione ironica che quella visita è solo un espediente del meccanismo narrativo; magari si tratta del primo sintomo della malattia dei Merovingi ma quel dialogo è pure il primo sintomo di una storia che dopo un burocratico inizio si avvia verso un pesante svolgimento.

      Lo spazio della narrazione è eccentrico a Martin Mystère e diventa sempre di più un espediente per raccontare storie capitate ad altri. Il BVZM, “materialmente”, fa poco o nulla e, senza la consueta ironia, sembra un'ombra in balia della prodigiosa verbosità di Castelli.

      La storia non ingrana: molte comparse (appena abbozzate) affollano la Parigi del 1795 e quella del 1847, ma il racconto non sembra per questo più vivo, e forse Castelli si accorge che la storia ha poca anima e ci invita, attraverso Martin, a compiangere la povera Creatura Pesce, la cui vita è stata una disgrazia per se stessa e per i Merovingi: ultimissime vignette.

      Forse sarebbe stato più interessante osservare François Vidocq e l'Uomo con la benda in scena per più tempo, essendo il presente (Mystère) non altro che un trait d'union tra aneddotica e commemorazione, spunti magari solo accennati di "movimento": cioè si parla e si parla, i personaggi magari si presentano ma tutto rimane molto statico.

      ”La tredicesima fatica”
      è una falsa "caccia al ladro": dove il colpevole è presentato già pronto, risultato delle lunghe digressioni dell'autore: oltre 60 pagine di spiegazioni fumettistiche e di ricostruzione storica, seppure funestata da gravi errori (li trovate nella scheda), insoliti per la puntigliosità di Castelli, che contribuiscono non poco al voto minimo attribuito alla sceneggiatura.

      Daniele Caluri
      , all’esordio sulle pagine della serie regolare di Martin Mystère, svolge nel complesso un buon lavoro, anche se qualche illustrazione, specialmente nelle tavole iniziali, tradisce la sua inesperienza. Bella la caratterizzazione del "fantasma del Louvre"; e Martin Mystère è, giustamente ;-), pieno di “rughe di espressione” che lo rendono (perdonate il gioco di parole) più espressivo.
      In conclusione, un albo che non invita a una rilettura, e che è persino stancante alla prima lettura.
      Aspettiamo fiduciosi che la nuova formula bimestrale dia migliori prove di sé.





      permalink | inviato da il 11/1/2006 alle 17:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
      10 gennaio 2006
      questa settimana su uBC
      Il misterioso vecchio Log "è" il passato magico e affascinante della Cambogia, un cattivo fuori come una mina incarna il suo misero presente e la bella Ngo il suo incerto futuro, promettente ma ambiguo.  

      Sognando cambogiani felici
      recensione di Daniele Calandra
      (104k)
      La meglio gioventù: la Cambogia spera
      disegni di Luisa Zancanella (c) 2005 SBE

      Martin Mystére, alla fine della storia, decide di non scegliere a proposito della questione di Angkor Vat, nel dubbio se sia giusto "secolarizzare" un patrimonio dell'umanità e trasformarlo in un Luna Park.
      Non ci sono altre maniere per aiutare la Cambogia? Non abbiamo ancora abbastanza materiale per decidere.
      Mystére non inizia a girare il documentario che gli era stato chiesto, e se ne occupa Recagno, per quanto gli è stato possibile, raccontando un poco la storia remotissima e più recente di quel paese, naturalmente aggiunge un cattivo e un piccolo intreccio "da Martin Mystére", e chiude l'albo sull'incerto futuro di una nazione che deve rinascere e sui dubbi del bravo protagonista.
      Anzi, chiude sui dubbi di Mystére, perché è la Cambogia la vera protagonista.

      Lo straordinario splendore dell'antica ricchezza stride terribilmente con l'onnipresente rovina che è la cifra del paese di oggi, le statue di Budda rimangono - tristi, in qualche modo - come un augurio di pronta ripresa se non di lunga vita.
      Tutto l'intreccio è retto da tre personaggi, oltre a Mystére, che, com'è lecito attendersi da un'opera di narrativa, sono banalmente loro stessi e al contempo l'allegoria di forze in gioco in un problema più generale di cui tutta la nostra vicenda è solo un caso particolare.

      Ngo Dihn Le Sang è l'ultima generazione, giovane, bella, piena di potenziale, che solo per il fatto di essere nuova meritebbe un futuro migliore nel suo paese, la Cambogia.
      Il maestro Log è il senso del sacro, e non per niente alla fine "risorge" e così ammicca a Martin Mystère e al lettore, quando l'augurio di buona fortuna dei Budda d'oro è esteso a tutti quanti (pag.158) ma ironicamente da una chincaglieria per turisti, "made in Taiwan".
      E infine Konrad: Recagno cerca di farne un personaggio interessante e ci riesce, è un tipo che si accende e si spegne: fa la guerra ed è cattivo ma incontra Log e trova l'illuminazione (switch on), si dedica al volontariato e smina interi campi dalle mine antiuomo ma un giorno una delle tante mine gli esplode in faccia (switch off), ridiventa cattivo e decide di arricchirsi speculando sulla Cambogia.

      "Pare difficile trovare un appunto"   
      La semplicità dell'intreccio è certamente un merito.
      E' buona la scelta di mantenere un basso profilo, non coinvolgendo chissà quale organizzazione malavitosa o qualche oscura trama che minaccia in grande l'equilibrio delle istituzioni, alla fine si tratta solo di un piccolo traffico di oggetti d'arte e una vicenda umana un pò miserabile.
      Si lascia intendere che dal destino dei Budda dipende tutto il destino di una popolazione, ma non si insiste in questo senso, un lettore può tranquillamente continuare a credere che si tratti di una superstizione dall'inizio alla fine della storia.
      Su tutto seccano un poco i continui rimproveri rivolti a Mystére, che è un uomo ricco e viene dalla società del benessere e quindi "non può capire". Diana fa il minimo sindacale mostrandosi un po' gelosa della bella Ngo, Martin offre uno scorcio della sua vanità mostrandosi piccato per essere stato contraddetto da Log riguardo l'auteniticità di uno dei Budda d'oro.
      Ngo ha qualcosa di ambiguo, ma per quello che riusciamo a vedere può essere tranquillamente una brava persona, Log, Konrad: i loro ruoli non sembrano chiedere un introspezione maggiore di quella che viene fornita, anzi la loro estraneità, che in ogni caso rimane, aggiunge qualcosa alla storia. Il ritmo tiene, il gran numero di pagine questa volta non lo annacqua.
      Pare difficile trovare un appunto.

      I disegni di Luisa Zancanella contribuiscono al giudizio positivo. La moglie di Alessandrini è un "Alessandrini minore", come De Vescovi, nel senso che il suo stile assomiglia molto a quello del compagno. Certo è molto brava e in alcune tavole fornisce delle buone prove del suo talento, ma in altre i suoi disegni sono piuttosto legnosi (pag 58 o pag. 126).

      l "Budda d'oro" è una storia molto sobria, forse per questo non si farà ricordare moltissimo, non è certo all'altezza delle prestazioni elettriche dei migliori albi della serie, ma è comunque una lettura molto gradevole.



      permalink | inviato da il 10/1/2006 alle 7:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
      11 dicembre 2005
      Mafalda
      1 - Mafalda è una striscia argentina della metà degli anni sessanta che ha per protagonista una bambina, Mafalda, che si pone in continuazione domande sopra le ingiustizie del mondo.

      2 - Giocarsi il Jolly


      Riesco a scrivere solo frasette brevi brevi, sembrano le cacchette di un piccione.
      "Mafalda spiega alla sua amica Susanita che la visita di suo padre dal dentista è stata del tutto indolore, al che l'amica si allontana un poco annoiata, spiega: "¿A quién puede interessarle una historia en la qual el protagonista no sufre?"
      Soffre a prescindere l'uomo quindi la vita è interessante, mi si raggruma allora nella testa, poi che la storia è necessariamente drammaturgia.
      Che sforzo, vero? Dovrei sprecarmi di più? Un' altra cacchetta di piccione!
      "Mafalda cerca delle spiegazioni e intanto si rifiuta di mangiare la sua zuppa, filtra le risposte degli adulti e ne scopre l'ipocrisia, incarna le angosce di un mondo che ha un brutto presente e marcia verso un pericoloso futuro, poi persino il risveglio, l'idea di scuotersi dalle ingiustizie e diventare dei bravi bambini, aprire gli occhi a tutte le persone intorno, spiegare, aiutare."
      Mi piacerebbe pure riuscire a scrivere qualcos'altro rispetto ogni volta a una recensione, dico io ora mentre la luna brilla alta nel cielo, Mafalda:
      "O ancora moltissimi argentini devono lasciare il paese per trovare lavoro? L'idea porta Mafalda all'esasperazione e quando il padre deve andare dal dentista lei esprime dei dubbi perché non crede che in paese siano rimasti dei dentisti: "Que todos, todos, todos, se había ido a Norte America.""
      Non Mafalda: "Un genere di storia è quella in cui il protagonista vuole raccontare qualcosa ma non avendo una precisa idea del suo argomento inizia a parlarsi addosso per cercare di spiegare la sua necessità di raccontare, è questa che mette in scena."
      Ora mi serve la frasetta di chiusura, "Mafalda è attualissima anche oggi e io ho paura per il futuro".
      Che poi è vero ma come finale del post è una schifezza.








      permalink | inviato da il 11/12/2005 alle 23:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
      27 novembre 2005
      breve, su uBC

      Dylan
      lascia a casa Groucho sin dalle primissime pagine e in pratica Bruno Enna rinuncia subito a mettere in scena anche il "Dylan Dog" più eversivo, e straniante. Fa senso accorgersi, ad esempio, che la comunità con cui Dylan si deve confrontare a Winchester prenda molto sul serio il suo ruolo, come poi fa lui stesso dichiarando più volte di aver già incontrato il paranormale in altre occasioni, che insomma lui è un esperto. Ma uno dei tratti più interessanti di Dylan di norma è il fatto che lui "rifiuti" la sua professione, che gli sia impossibile pensarsi come un professionista, quando Bruno Enna lo fa parlare come un esperto di paranormale alla fine lo dissacra.

      I testi, non brillanti, riescono a creare un minimo di interesse intorno all'ambiente dei cerchi di grano. Le uscite poetiche si integrano male in tutto il contesto (gli ultimi pensieri di una spiga di grano che tagliata muore e viene trascinata dall'aria o le due volte in cui si ributta in scena Groucho nella parte centrale della storia), poi la non-spiegazione finale dei due demoni-extraterrestri è venuta male. Una non-spiegazione non spiega nulla, consegnando la rappresentazione all'assurdo e al paradosso; può venire una meraviglia, e non è un caso che Sclavi trovi meraviglioso
      Donnie Darko, o semplicemente no. Qui no, il soggetto è noioso: Dylan che risolve le situazioni perché è un prescelto è piuttosto irritante ma non quanto la vecchia pazza che uccide chi odia solo perché è pazza giusto la sera che il prescelto arriva in città. Non si capisce, poi, perché il mostro che ha rotto la falce contro l'alter ego di Dylan nel passato (nel sogno) non abbia potuto recuperarla subito dopo.

      I disegni di Freghieri sono approssimativi, i visi in particolare "patatosi" e mal definiti, praticamente non sfrutta il formato gigante. Per chiudere: è una storia mediocre.

      I Cerchi nel grano
      , Dylan Dog Gigante 14- Sergio Bonelli Editore, brossurato, dal 5 novembre 2005 in edicola , 236 pagg. b/n, € 5,50
      recensito da D.Calandra - 22/11/2005 00:00

      2/7



      permalink | inviato da il 27/11/2005 alle 12:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
      13 novembre 2005
      dopo mesi di nuovo uBC
      Gli eroi dell' equinozio
      Codice: VAL 8 [9] 46pp
      Rating: (4,4,6) 63%

      scheda di Daniele Calandra

        Soggetto/Sceneggiatura:
        Pierre Christin
        Disegni/Copertina:
        Jean-Claude Mézières
        Colori:
        E.Tran-Lê (versione originale francese)
        Lettering:
        Piero Ravaioli
        Traduzione:
        Ferruccio Giromini

        Gli Albi di Pilot - L'isola trovata
        n.31 "Valerian - Gli eroi dell'equinozio" - 46pp - 87.05
        (cliccare 70k)

        Pilote Magazine (mensile) - Dargaud
        n.31-34 "Les héros de l'équinoxe" - 46pp - 76.10/77.01

        Raccolta in albo
        n.7 "Les héros de l'équinoxe" - 46pp - 77.
        (cliccare 63k)


      In due parole. .

       Il popolo di Simlane è sterile e pertanto ad ogni equinozio invia degli eroi su Filene, l'isola dei bambini, perché almeno uno di loro riesca in un'impresa e diventi padre - non sanno bene come - di tutta una nuova generazione.
      Ma è passato troppo tempo da quando l'impresa è riuscita e ora a Simlane sono troppo vecchi per tentare di nuovo e così chiamano degli eroi da altri mondi: tre personaggi molto caratteristici e Valérian...

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      (cliccare 126k)

      L'investitura
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      La città principale (forse la sola)
      di Simlane

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      Gli eroi partono
      verso l'avventura

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      (cliccare 104k)

      Irmgaal illustra
      la sua utopia

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      Laureline va a
      recuperare Valérian

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      La nuova generazione
      di bambini


      Perchè è da ricordare

      Per il tono epico e surreale che ricerca e l'ironia dei disegni e della scrittura.

      I tre eroi che compiono l'impresa insieme a Valérian sono delle divertenti parodie di determinati assetti ideologici: c'è il fascista, o è un nazista, guerrafondaio con l'idea di creare un élite di guerrieri; c'è l'eroe proletario che vuole una dittatura sovietica e "polverizzare tutti gli asservimenti con le sue catene"; e un eroe asceta, non meno ridicolo, deciso a rifiutare il progresso tecnologico per imporre anche agli altri il suo ascetismo e formare una società immobile.
      E infine Valérian che è l' antieroe: non deve essere il primo a tutti i costi, non crede di essere il baluardo di alcun mondo ideale, non vuole imporre agli altri se stesso come modello: solo che tutti siano liberi innanzitutto di scegliere .
       
      L'albo alla fine è un manifesto dell' ironia di  Christin e Mézières: di Valérian come antieroe, di Laureline come eroina forte capace idealmente di ripercorrere lo stesso cammino del compagno  pur di riportarlo indietro.

      I tre "eroi" vedono tutto per opposti senza sfumature, sono incapaci di ironia come di riconoscere la natura distopica di quello che vogliono realizzare.

      E' una storia con una morale: didascalica quanto "Gli uccelli follia"; divertente ma comunque didascalica: a tesi: insomma è una storia manifesto.

      I disegni cominciano a prendere quota dopo i primi albi in cui erano più rozzi: cambia proprio le proporzioni con cui sono disegnati i corpi dei personaggi: dal "disneyano" degli inizi a un maggiore realismo.
      Risaltano gli sfondi meravigliosamente affrescati.

      Per concludere: lascia un buon ricordo ma  non invoglia alla rilettura.
      Ha uno svolgimento annunciato, è un mito di cui si intuscono già dall'inizio tutte le risposte.


      Note e citazioni

      • I tre eroi che "accompagnano" Valérian ritorneranno in un albo successivo "Per tempi incerti" (n.18); anche in quell'occasione saranno chiamati a formare una nuova generazione.
      • L'elemento politico, così come la satira sociale, ricorre in questo albo come in tutta la serie: altre volte è forse meno evidente ma esso compone in ogni caso la cifra stilistica di tutta la saga.
      • L' albo è anche una anche una parodia del fumetto di supereroi. Valérian e i tre idioti (gli eroi) vengono apostrofati in una vignetta come "I fantastici quattro".
      • Per una volta è Laureline che viene in soccorso di Valérian: lei che si è lamentata tutte le volte in cui è successo il contrario accusando persino gli autori di sessismo. Anzi Valérian si ritrova miniaturizzato come era successo a Laureline salvata da lui nel primo albo della serie regolare.
      • Quando c'è da presentarsi i tre idioti si presentano sempre nel medesimo ordine contribuendo ad accrescere il ridicolo delle scene.
      Incongruenze
      La frase

        (28k)
        La morale della favola
      • Madre suprema: Perchè a modo tuo sei stato altrettanto coraggioso degli altri. Ma soprattutto perchè hai lasciato aperto l'avvenire di Simlana... Non mi piacciono quelli che pretendono di mettere il futuro in camere di cui sono i soli ad avere le chiavi...
      • Madre suprema: Simlana ha bisogno di bambini allegri che provino piacere a vivere per se stessi, e non di superficiali come quelli che facevano i gradassi con i turisti... Grazie a te questo mondo ricostruirà la sua città e la tingerà di colori allegri come quelli delle tue strane visioni, spero. E tu ti unirai agli antichi eroi di Simlana, nei gas preziosi dell'infinita vitalità...
      Tavola 41b


        Personaggi

        Valerian, agente spazio-temporale Laureline, agente spazio-temporale e compagna di Valerian Irmgaal, eroe fascista o nazista Ortzog eroe sovietico Blimflim eroe asceta, ecologista, schiavista. L'invecchiata popolazione di Simlane La popolazione dei pianeti dei vari eroi appena intraviste I bambini figli di Valérian e della Madre Suprema La Madre Suprema Un esaminatore a Filene per i nostri eroi.

        Locations

        Galaxity Pianeti di Irmgaal, Ortzog e Blimflim solo "intravisti" Pianeta di Simlane Astronave di Valérian e Laureline Grande teatro dove gli eroi devono mostrare i loro poteri Filene isola dei Bambini Palazzo della Madre Suprema a Filene Rappresentazione cavalleresca in cui si ritrova un miniaturizzato Valérian

        Elementi

          Rapporto tra gli uomini e la divinità Apparenza e sostanza Xenofobia  Eroi ed Antieroi Educazione delle nuove generazione Totalitarsimo in diverse forme e Ideologia Femminismo o comunque parità tra i sessi Maternità inpersonata da una Dea Madre.


        Trama

        8. Valérian viene investito dell'onore di rappresentare Galaxity in occasione dell'equinozio sul pianeta Simlane. Lo stesso avviene sui rispettivi pianeti per Irmgaal, Ortzog e Blimflim.

        Valérian e Laureline sono ricevuti su Simlane in modo cordiale da un comitato di accoglienza e dall'irritazione di una folla seccata per l'arrivo degli stranieri: la popolazione è sterile, serve che qualcuno arrivi sull' isola di Filene in occasione dell' equinozio per portare sul pianeta una nuova genìa di bambini: è passato molto tempo dall'ultima volta in cui l'impresa ha avuto successo e ora solo degli stranieri potrebbero portarla a termine perché la popolazione nativa è diventata troppo vecchia.

        I quattro eroi (contando Valérian) danno una dimostrazione della loro forza alla popolazione: Valérian è il meno appariscente ma anche il meno convincente.
        Quindi partono alla volta dell'isola.

        Una volta lì si separano: ognuno deve affrontare le sue peripezie: quelle di Valérian sono meno grandiose; intanto Laureline si preoccupa anche perché le hanno detto che non è mai accaduto che un eroe che ha avuto successo fosse ritornato a Simlane.

        Irmgaal, Ortzog e Blimflim hanno superato molte prove e sono arrivati alla fine del percorso: sono accolti da un esaminatore che chiede loro quale futuro vorrebbero per le nuove generazioni di Simlane; le loro idee sono particolarmente terribili e illiberali.
        Arriva Valérian e gli viene fatta la stessa richiesta: lui non ha alcun modello preciso da imporre ma vorrebbe che tutti fossero lasciati liberi di ricercare la loro felicità. Viene scelto; gli altri vengono spazzati via da un tornado.

        Valérian conosce la Madre suprema e la feconda. Su Simlane trovano i tre eroi sopravissuti, Valérian non torna e Laureline è preoccupatissima. Decide di andare su Filene per cercare di riprenderllo e riesce ad arrivare da Valérian: trova centinaia di bambini, e lui miniaturizzato in una specie di rappresentazione cavalleresca con gli altri gloriosi padri della storia del pianeta. Se lo riprende, saluta tutti e lascia il pianeta con addosso un poco di malinconia per quello che vive in qualche modo come un tradimento o per l'esperienza di maternità di cui si è sentita invidiosa.




        permalink | inviato da il 13/11/2005 alle 3:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
        18 ottobre 2005
        Dylan e il galeone
        DD221 pagg 6-7
        DD 221, "Finché morte non vi separi", di Sclavi e Brindisi. L' Olandese volante indossava l'Anello dell' Eterno Ritorno trovato nelle patatine. Non voglio essere Parsifal.



        permalink | inviato da il 18/10/2005 alle 2:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
        11 settembre 2005
        anniversario 11/09
        Capitan America



        permalink | inviato da il 11/9/2005 alle 23:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
        27 agosto 2005
        Xabaras (IV)
        1

        Quello che più mi addolora è il modo evidente in cui brucio le mie potenzialità.
        Il Mio Non Avere Tempo è del tutto apparente, nel senso che io lo costruisco. Mi sento completamente bloccato [...]


        2








        di Daniele Calandra

        Paola Barbato: la seguo come scrittrice di Dylan Dog e leggo ogni tanto quello che scrive sul suo blog:  è molto brava a rendere vivo il dolore nelle cose che scrive.
        Questo ultimo numero di Dylan Dog (228) è incantevole, nervoso, persino struggente a saperlo leggere. Paola Barbato in realtà non è facile: le sue storie si rendono chiare solo alla fine, ne rimane in bocca il piacere: è gustoso, è un lucido delirio. Come la selva vivente in cui tutti i personaggi di Dylan sono immersi, le pagine di un buon fumetto, come quelle di un buon libro, sono in tutto e per tutto materia viva.

        Qualcuno muore in sala operatoria mentre si scioglie la storia: da pag.5 a pag.98 della numerazione Bonelli e l'identità di chi muore per tutto il tempo ci viene tenuta nascosta. Il dottore che vuole salvarla sembra l'allegoria di uno psicanalista: "Il professore è sempre brusco. Ritiene che fare arrabbiare le presone le spinga a reagire al dolore", ma pure lui pare impotente nonostante tutta la buona volontà e deve chiedere aiuto all'intervento miracoloso del dottor Xabaras. Che vorrebbe tanto rivedere suo figlio Dylan ma non può perché gli ha promesso [1] che si sarebbero incontrati ancora solo una volta: per orgoglio non si vuole mostrare, per assurdo quell'ultima volta è già stata mostrata [2]: non si diranno niente!

        Paola Barbato sembra prendersela proprio con la natura fumettistica di Dylan Dog; Dylan gli risponde come meglio può ma resta un fumetto e per quanto sembrino interessanti le cose che vive ritorna sempre alla situazione iniziale. Ma Paola osserva con affetto il suo protagonista e tutti i personaggi che gli sono di contorno: è davvero lei la Gorgone che a un certo punto vediamo guidare Dylan Dog e i suoi compagni attraverso gli specchi in cui è terribile guardare, dove non si può fare altro che perdere se stessi (pag 42: "Non ti preoccupare... neanche a me piacciono gli specchi").
        Ed è sempre lei che spiava la vita di Dylan per conto di Xabaras per tutti questi anni (sequenza del ponte pagg 72-75), volendo magari essere complice di un impossibile riconciliazione tra quell'incredibile padre e il suo meraviglioso figlio. E' Paola che stà morendo dall'inizio della storia; Xabaras non ha il coraggio di restituirle la vita, di rinnovarla ancora una volta (perché lei ha paura di perdere la propria identità). Muore, tutti i personaggi ritornano ai loro ruoli; resta una pagina in cui l'autrice ci mostra quei soliti noti con i vestiti e i ruoli scambiati.

        Mi chiedo se lei voglia lasciare Dylan Dog o cambiare il suo modo di scrivere; intanto faccio i complimenti a Luigi Picatto, il disegnatore di questo numero, come sempre molto bravo.

        "E a te mancherò dottor Xabaras? Quanto brucia nel tuo taschino quella fiala che contiene la mia vita. La vita che non hai avuto il coraggio di darmi. Ruiscirai a provare rimorso, vergogna, dubbi? Proprio tu, l'uomo che ha saputo sfidare la morte ma non ha avuto il coraggio di guardare dentro se stesso?"
        (pagg.92-93)

        [1] n.43 "Storia di Nessuno" di Sclavi e Stano
        [2] n.100 "La storia di Dylan Dog" di Sclavi e Stano
        [3] L'immagine è un toritratto di Paola Barbato.




        di Vincenzo Oliva

        Ecco, non so davvero come classificare questa storia. Il che potresse essere un bene in sè, perchè ciò che non si lascia inquadrare da noi con facilità ci costringe a metterci in discussione.

        I problemi possono cominciare quando la discussione la portiamo avanti, quando diradiamo - o crediamo di diradare - la nebbia che in prima battuta ottunde i nostri sensi.

        In una certa ottica, questa storia è davvero ottima, azzarderei splendida. Nell'ottica della pura narrazione l'autrice ci fa provare dolore e terrore,un'altalena continua di sensazioni forti e sgradevoli - sgradevoli emotivamente, non narrativamente - ma soprattutto costruisce per noi il crescendo dell'ansia. Un'ansia terribile, che si alimenta dell'incertezza edel ritmo disturbante del racconto. Un'ansia irrisolta. Doppiamente irrisolta: nella morte disperante e nella negazione della conoscenza evidente.

        Tutto questo si ottiene con un ritmo incalzante ad onta della sostanziale staticità della storia, e con dialoghi allusivi, criptici, che stuzzicano senza mai dare soddisfazione.

        Questo è ciò che rende la storia notevole, splendida. Ed esaurisce l' angolo visuale della pura narrazione.

        In quanto sopra, infatti, Dylan Dog c'entra poco. Come meccanismo narrativo,intendo, perchè vi rientra poi come contenitore simbolico di quanto l'autrice vi ha messo al di là del meccanismo narrativo puro, perfettamente filante e funzionante.

        Credo che ogni lettore dylaniato avrà elaborato o elaborerà la propria decodifica, e anche io ho la mia, né mi sottrarrò alla sua esposizione. Decodifica che ovviamente non coinciderà con quella di molti altri, e neppure con quella "autentica" dell'autrice; che pure, essa stessa, non può dirsi vera e definitiva, perchè alla fine la decodifica di questa storia dipende non poco dal reticolo di significati e simboli che ognuno attribuisce al personaggio e alla testata.

        Sul tavolo operatorio c'è Dylan Dog. Il _personaggio_. Il suo creatore-padre Xabaras-Sclavi ha ormai rifiutato di intervenire in prima persona per salvarlo e nega al chirurgo-Barbato i mezzi per farlo. E' patetico quell'interesse di Xabaras per suo figlio, quell'osservarlo - farlo osservare - da lontano. Dylan è morto, o forse si è coscientemente suicidato (esaurito narrativamente) a causa di questo interesse inetto, questo difetto di volontà attiva. Anche il chirurgo deve accettare la cosa, come devono farlo i convitati al suo capezzale. Tra di essi spicca Dylan Dog, la_testata_, che vedrà altre millanta storie interpretate da un guscio vuoto abbandonato a se stesso.

        Questa è, *come la vedo io*, la storia simbolica, metafumettistica. Che, ne è la debolezza principale, è molto semplicistica e lineare, fondata com'è su una rappresentazione figurata degli interpreti e autori della serie, e non sui meccanismi del narrare e della serie. Una visuale metafumettistica sbiadita rispetto alle potenzialità della serie stessa.

        Una storia triste, ma per il suo contenuto simbolico, non per quello narrativo. Una dichiarazione di fine e di resa.

        Credo sia meglio pensare che dopo il n.227, Dylan Dog ha (avrà) mandato in edicola il 229. Un po' come negli alberghi americani, dove dal dodicesimo sipassa al quattordicesimo piano. Viceversa diventa difficile continuare a leggere un guscio programmaticamente vuoto. E sia detto per inciso, non so se lo farò.

        [...]

        Non è esatto: il personaggio è già stato massacrato, è morto.


        E non l'ha ucciso (soltanto) la Barbato. Quanto soprattutto Sclavi, Marcheselli e Bonelli. Lei è la principale esecutrice.

        Però ormai scrive benissimo, questa è forse la storia migliore. Certo, cosa ca**o c'entri con Dylan Dog è un altro paio di maniche.



        permalink | inviato da il 27/8/2005 alle 21:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa
        14 agosto 2005
        cose romantiche (VII)
        1

        Peanuts 1968 063


        2


        "In a world where the archetypal lyrics for a lullaby are "hush little baby, don't you cry", John's title phrase here combined with "she's old enough to know better" conjures up some kind of perverse Anti Lullaby."
        (Da "Notes on "Cry Baby Cry"" di Alan W. Pollack)



        permalink | inviato da il 14/8/2005 alle 23:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
        2 maggio 2005
        Corto Maltese [Hugo Pratt]
        Corto Maltese

        Di Pratt, Corto è una proiezione divina, che ha con la vita lo stesso distacco di un dio laico, forse i un eroe già morto: superiore, disilluso, forse con qualche rimpianto da scrollarsi di dosso. Non sarebbe possibile altrimenti essere fatalisti come Corto Maltese nei confronti del pericolo. Altri eroi, pieni delle proprie certezze, sono capaci di azioni rischiose e temerarie. Corto no. La sua è una mancanza di paura razionale, quasi filosofica, forse soprannaturale. Altrimenti non potrebbe dire a una signora , mentre una mitragliatrice spara all' impazzata: "Resti qui, lei. Vado, mi faccio ammazzare, e torno." Ma non sI lascia ammazzare. Esce dal pericolo con uno sforzo relativo, quasi per troppa sicurezza.Forse è solo un'idea , un fantasma che si aggira per il mondo [...] Ma per quanto etereo e disilluso, Corto è sempre stato guidato dalla voglia di giocare e farsi guidare dal caso, alla ricerca di improbabili tesori o di amiche scomparse, per vivere la propria integrità di uomo libero di fronte alle rovine del mondo.
        (da "I classici del fumetto di Repubblica")

        C'è in effetti un certo distacco tra Corto Maltese e i luoghi in cui vive che è implicito nella sua stessa condizione di marinaio: è uno straniero, uno che segue una rotta/un percorso, uno di passaggio. Quello stesso distacco, che precognizza lo stupore, viene rimandato dalle accurate ricostruzioni storico-geografiche e dalle divagazioni antropologiche: i personaggi e le situazioni sono estremamente letterari.
        Corto, "il vero marinaio", non è il solo straniero per essere esatti perché stranieri lo siamo tutti e ognuno è circospetto in un mondo che misteriosamente gli è sempre avverso e dove tutti paradossalmente cercano amici. Rasputin, "un maledetto assassino", incarna perfettamente il paradosso. Capita così che ne "Una ballata del mare salato" Tarao scelga di farsi guidare alla salvezza da un pescecane a cui dedica parole di amicizia.



        permalink | inviato da il 2/5/2005 alle 12:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
        24 aprile 2005
        Dylan e i morti
        Life is what happens to you while you're busy making other plans (John Lennon)

        Parla con me
        recensione di Daniele Calandra

        I morti compaiono in sogno e ci dicono i numeri vincenti del lotto, predicono il futuro, ricordano ciò che è stato dimenticato, oppure risorgono, nel giorno dell'Apocalisse, o in un film di Romero o in un albo di Dylan Dog.

        L'indagatore dell'incubo ha affrontato i morti sin dal suo primo albo, e nel corso delle sue storie quelli sono sempre stati molto presenti se non onnipresenti: la sua nemesi è proprio un necromante (Xabaras) e i morti sono addirittura la metafora di un rimosso psicanalitico, esistenziale, nella prospettiva antiborghese che è propria del "Dylan" più ortodosso.

        E "La saggezza dei morti" è certo un "Dylan Dog" molto ortodosso e "sclaviano" in un periodo in cui la Barbato spadroneggia: c'è il freak (il guardiano del cimitero), l'inversione (in questo caso i vivi e i morti) e l'espediente magico-poetico che regge l'insieme. C'è la società che ha perso la sua saggezza.

        L'etica o la saggezza sono sempre al centro dell'attenzione di Medda che mette insieme i vivi e i morti, almeno in senso lato: il moralismo dei "buoni", la speranza e un certo cinismo che sa di morto, di carogna. Una novità è che questa volta è meno acido del solito.

        Gioca sui luoghi comuni. Il lettore/Dylan Dog si aspetta che Lowhill sia un paesotto? Al contrario: è piena di vita, frenetica, pulsante, giovane. Il cimitero? Molto ordinato e riposante. La ragazza a cui in teoria Dylan Dog dovrebbe accompagnarsi non ha mai tempo, presa com'è da un vortice di impegni. A Lowhill nessuno ha mai tempo: cercano di vivere nel modo più intenso, corrono, di situazione in situazione: Lowhill è, naturalmente (per intriso metaforico), la nostra società ipercompetiva, che non tollera i tempi morti (il ragazzo balbuziente), e tanto più uno cerca di adeguarsi a un ritmo sempre più frenetico tanto più muore dentro.

        "La storia ha un impianto pedagogico come capita quando i morti sono al centro della scena.."   
        La vita si rovescia nella morte: la rivelazione è questa. Cosa vogliono i morti in questa storia? Sin dal titolo molto suadente, "La saggezza dei morti", si è invitati a farsi questa domanda. La storia ha un impianto pedagogico come spesso capita quando i morti guadagnano il centro dell'attenzione ("Spoon River", "I dialoghi dei morti" di Luciano...): ora sono alla ricerca del loro tempo perduto.
         

        (14k)
        La ricerca del tempo perduto
        disegni di Giovanni Freghieri
        (c) 2005 SBE
           
         
        La parola è all'origine dell'evocazione dei morti e del riemergere del rimosso che rappresentano proprio loro e che caratterizzò anche la loro vita. Chiedevano solo attenzione. Il finale della storia sorprende perché sorprende la trovata che ha permesso a Medda di resuscitare i morti e la chiusura è ottima (la morte dello psicopompo).

        I tempi narrativi sono ottimi, la lettura piacevole, il tono molto leggero. Ma l'uso delle metafore, che a suo modo è appropriato, risulta anche didascalico: tutto si legge come una metafora e, pur apprezzandone la struttura razionale, quasi con distanza.

        I bianchi di Freghieri sposano bene la lievità dei testi. I disegni non sono particolarmente espressivi ma di certo armonici, puliti ed eleganti. I suoi personaggi sempre molto belli, le donne bellissime, e contribuiscono a creare quella patina di irrealtà che lo accompagna sempre: questo è un pregio di Freghieri ma alle volte anche un suo difetto, come in questo caso.

        Perché "La saggezza dei morti" è una storia molto elegante ma anche molto leggera: è così per il modo stessa in cui è stata pensata. Ed è fredda: per i disegni armonici di Freghieri e per la razionalità con cui è scritta. Così tutti i suoi pregi si accompagnano ad una certa mancanza di mordente.



        permalink | inviato da il 24/4/2005 alle 17:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
        22 marzo 2005
        papà Bergson (III)

        Valérian, agent spatio temporel [P. Christin/ J. Mézières]
        SPOILER
        Bande dessinée graziosissima che la Dargaud pubblica dal 1967. Testi di Pierre Christin: brillanti e ricchi di ironia, e disegni di Jean-Claude Mézières, assolutamente meravigliosi.

        Valérian e Laureline sono i due giovani protagonisti: sono due agenti spazio-temporali e come d'uopo (agenti spazio-temporali!) agiscono sul vastissimo palcoscenico di tutto lo spazio-tempo da noi condiviso con altre razze, senzienti come noi, su altri pianeti e in giro per il cosmo, diversissime. Non esistono veri e propri cattivi in "Valérian": occorre sempre essere disposti a trattare, a dialogare, e a cercare di capire l'altro cosa vuole e cosa si può ottenere in cambio. "Spesso le strade della vita creano strane compagnie" riassume bene lo spirito di questa gustosa space opera giacché sono strane le razze aliene con cui Valérian ha a che fare e strane le persone (che incontra) nel loro senso morale e nei comportamenti. Strane: straniere; altro: alieno.

        La storia raccoglieva con grazia le suggestioni di quel periodo in cui esordiva: le sperimentazioni missilistiche e aerospaziali, la decolonizzazione, il femminismo, il 1968 ... e migliorava nel tempo: la narrazione è sempre più sofisticata, il tono onirico, il timbro malinconico. Nel 1980 Valérian e Laureline incontrano la "contemporaneità" per la prima volta perché vivono un avvenura ambientata nello stesso anno in cui veniva pubblicata la BD che la raccoglie [1]. Il tempo che scorre "nel mondo reale" influenza Christin e Meziéres che rielaborano "Valérian"; crollano i regimi comunisti, il mondo si trasforma mentre i due autori invecchiano e il tempo ingenuo delle prime avventure di Valérian e Laureline diventa irragiungibile. La svolta si realizza nel 1985 [2] quando un intervento dei due agenti contribuisce a impedire quella catastrofe nucleare del 1986 [3] che era tra le concause del "loro mondo":  "il n'y a plus de service spatio-temporel, plus de Galaxity, plus de terre du futur, plus rien..."

        L'imbroglio catastrofe/non catastrofe (nel 1986) fu il risultato di una speculazione della Trinità che ha rivoluzionato l'intero spazio-tempo sentendosi minacciata da Galaxity nei suoi affari: "Votre minable système solaire fait partie de nos propiété familiale de toute eternité... et il ne rapporte que des ennuis...": Dio è un gangster che si lamenta perché non ottiene più alcuna rendita dai propri domini. Molto razionalista, molto francese.

        Ora Valérian e Laureline cercano un modo per recuperare il loro tempo perduto: la storia va avanti ancora oggi, con i suoi ottimi testi e i suoi bellissimi disegni perché Galaxity deve esistere ancora da qualche parte: Valérian la cerca. La ricerca dei due giovani agenti dello spazio-tempo dipende dalla sopravvivenza dei due autori oggi quasi settantenni.

        [1] n.10 "Métro Chatelet, direction Cassiopée" (1980) e n.11 "Brooklyn station terminus cosmos" (1981)
        [2] n.12 "Les spectres d'Inverloch" (1984) e n.13 "Les foudres d'Hypsis" (1985)
        [3] n.1 "La cité des eaux mouvantes" (1968)



        permalink | inviato da il 22/3/2005 alle 13:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
        28 febbraio 2005
        Xabaras (II)
        Secondo me la storia che Paola Barbato che ha scritto per Dylan Dog n.221 è molto personale; a proposito del rapporto con gli uomini.

        All'inizio dell' albo viene sfigurato un uomo così non può andare a donne come aveva minacciato sin dalle sue prime battute quando parlava con gli amici; così la sua ragazza diventa sua moglie - lui è reso inoffensivo: lei lo ama e può prendersene cura. L' angelo o il demone della storia è il maschio che fa del male per curiosità senza rendersene conto (la punizione alla fine è far soffrire lui come ha sofferto lei) oppure evoca le pulsioni autodistruttrici della povera "Leslie", che poi rimane ad indugiare nel dolore. Dylan è rimproverato per avere troppe donne anche se questo significa tradire la linea direttrice del creatore della serie (Sclavi): Dylan è un fumetto. Con la Barbato Dylan è un uomo con annessi e connessi.  A un certo punto Leslie prende completamente il controllo della situazione, riconosce tutti i personaggi spiega le situazioni. Fino a esclamare di fronte a Dylan "Entriamo! Prima tu che sei un uomo".

        Lei vorrebbe morire ma l'indagatore dell' incubo le dimostra affetto e attenzione  e allora viene guarita: lascia libera i (suoi) demoni; immagino (è la Barbato) attraverso la produzione artistica. La tentazione autodistruttiva rimane rimane viva alla fine della storia - il personaggio che ne è allegoria sopravvive. L' ombra passa però da Leslie/ Paola Barbato a Dylan Dog: si esplicita la sublimazione in atto.



        permalink | inviato da il 28/2/2005 alle 13:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
        18 gennaio 2005
        ancora su uBC
        Sono molto contento di collaborare con uBC. Oggi hanno pubblicato una
        mia nuova
        recensione, una stroncatura. La riporto comunque qui sotto.

        Dura Legs sed Legs
        recensione di Daniele Calandra

        Bepi Vigna uno dei creatori di Legs Weaver personaggio ma per più di 100 numeri ha evitato con cura di cimentarsi con Legs Weawer testata: troppo ironico-umoristica e dunque lontano dalle sue corde; aveva giusto dato un contributo piccino al  (bel) n.50. Quando si decide di cambiarne il tono Vigna esordisce a pieno titolo; "Il tesoro dell'isola perduta" è la seconda storia interamente scritta da lui apparsa pochi mesi dopo la (brutta) prima. L'albo è piuttosto scorrevole, i disegni  sono molto riusciti e l'autore si è premurato di escogitatare un valido colpo di scena per il finale; ma c'è qualcosa che non funziona.

        Si comincia con il furto della solita arma perduta che è importantissima per le sorti dell' intero pianeta ma si rivelerà difesa molto male e sarà rubata con grande facilità; è un pretesto ci dirà l'autore, un McGuffin hitchcochiano (e vabbè...). Poi interviene Legs che Vigna decide di mandare in trasferta "da sola" dalla forse troppo deserta Sandville, senza la ancora poco definita Janet e i due stereotipi (Madoc, quello grosso, e la ragazzina esperta di computer).

        "Legs non è più ironica, è dura per poche pagine, la nuova Legs è ancora indefinita"
           
        Non c'è più la Legs ironica-umoristica, come si diceva, e nel flashback di 10 pagine da pag.20 a pag.30 ricompare quella carceraria: il passato ritorna e permette a Vigna di incasellare Legs nel suo schema: "aiuterà un personaggio ambiguo a fare una cosa ambigua per gratitudine, ma poi si comporterà senza dubbio bene perchè ecc. ecc...". Questa Legs carceraria compare solo per quelle poche pagine ambientate nel passato perchè altrove Legs è solo funzionale alla trama, come il pretestuoso McGuffin e il comportamento poco comprensibile di Danny. E' spettatrice, poco combattiva. L' "incontro con il personaggio del passato" non veicola con se forti emozioni e lascia in verità piuttosto freddi. L'unico guizzo la protagonista ce lo regala nel finale grazie a una furbata che le permette di salvare capra e cavoli e/o a una leggerezza della sceneggiatura.

        La fuga degli inseguiti è costretta nella direzione desiderata da ben due fortunose tempeste (e dalla dura legge della sceneggiatura) e il vecchio Sal viene raccolto da Legs in una sottotrama solo perchè si potesse scoprire che quello aveva già lavorato con il cattivo ed era pronto a tradire.

        La storia comunque ha una sua gradevolezza ed un finale interessante in cui Vigna gioca sul fatto che il lettore non conosce quasi per nulla i personaggi della storia (Karl).

        Per quello che riguarda i disegni le due disegnatrici hanno fatto un ottimo lavoro: i neri della Palomba alleggeriscono il tratto della Denna fornendo un risultato molto fresco e luminoso. Le due realizzano delle bellissime scene di tempesta e fisionomie interessanti per i personaggi della storia: Sal in primis. Nelle prime pagine l'aspetto di Frank è piuttosto anonimo mentre nelle ultime è volutamente rappresentato in modo diverso: più fastidioso e sgradevole in modo concorde alla scelta di Vigna che ha deciso (una buona scelta) di caratterizzarlo di colpo. Sufficiente la copertina di Atzori.

        Per concludere, volendo riferirsi di nuovo ai testi, una prova non negativa anche se il modo in cui è arrangiato lo sviluppo non è esente da qualche (voluta?) leggerezza e  forzatura e il nostro giudizio non privo di qualche perplessità.




        permalink | inviato da il 18/1/2005 alle 10:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
        18 dicembre 2004
        Xabaras
        Io non so quanti di voi amino i fumetti o Dylan Dog. Questo pezzo di Paola Barbato mi è piaciuto moltissimo e quindi lo pubblico sul blog. Non metto il link, lo copio per intero.
        Quando lei parla del padre di Dylan parla (di Xabaras e) di Tiziano Sclavi, il creatore che ha abbandonato la serie e che si è vista assegnare il compito di sostituire. Per capirci qualcosa consiglio di recuperare alcuni albi fondamentali come il n.25 Morgana o il n.43 Storia di Nessuno. Per avere un'idea del metodo Barbato recuperare lo speciale di quest'anno.

        Dylan Dog - Empatia con un eroe non comune
        di Paola Barbato

        Non mi ricordo della mia nascita, non me ne ricordo proprio. Vabbe', e' normale, però io sono nato adulto, dovrei ricordarmene. Ma e' tutto cosi' confuso, a partire dalla mia identita', che non era esattamente quella che e' adesso. All'epoca, comunque, c'era mio padre, con me. Mi teneva per mano e aveva una mano salda, forte. Mi dava sempre le indicazioni giuste, era molto indulgente, fin troppo, mi cacciava in situazioni pericolose, ma poi mi dava sempre un premio, che fosse una donna da amare o un pensiero col quale farmi compagnia la notte. Erano bei tempi, io e papa' si lavorava come due pazzi, praticamente stavamo insieme 24 ore al giorno. A me stava bene cosi', ero contento che prendesse lui tutte le decisioni, lui mi diceva di fare ed io facevo. Ed era uno spasso assoluto. Poi papa' ha cominciato ad andare via.....
         
        Brevi periodi, all'inizio, poi sempre piu' lunghi. C'erano un sacco di zii e parenti a farmi compagnia, ma non era lo stesso. Insomma, non avere quella guida totale mi aveva spiazzato. Facevo piu' o meno sempre le stesse cose, ma con timore, col dubbio di imboccare la strada giusta, e i pensieri notturni invece di farmi compagnia mi inquietavano. Poi papa' e' sparito quasi del tutto, e triste a dirsi io mi sono abituato alla sua scomparsa e a fare da me. In fondo seguivo il moto ondoso della mia vita, avevo imparato da che parte scorresse la corrente, le regole erano abbastanza semplici e poi, che diamine, sono un uomo fatto, posso prendere decisioni da solo, se voglio. Non che... beh, non che mi sia capitato spesso. Gli zii erano bravi, alcuni mi facevano fare cose semplici, altre complicate, ma ci si divertiva insieme, non sempre era uno spasso ma era... ecco, era lavoro.

        E poi e' arrivata lei. Non che ci abbia fatto molto caso all'inizio, era una che chiacchierava molto, con quella testa a porcospino e quelle dita sempre intrecciate sulla tastiera a fare e disfare come Penelope. Non mi era ne' simpatica ne' antipatica. Stava imparando, poverina. Poi mi accorsi che mi osservava. Mi scrutava, mi sezionava con gli occhi. "Chi sei?" mi chiedeva quello sguardo. E porca paletta ho cominciato a chiedermelo anche io! Osservava il mio assistente e mi chiedeva "Cosa provi per lui?" e io... beh, era un amico, un fratello, un appoggio, senza di lui non avevo molto senso, si', e' un po' che non ci pensavo. E il vecchio? Il vecchio e' la mia figura paterna, e io ho spesso paura per lui , paura che scompaia... come papa'.

        Quella stronza ha cominciato a mettermi sotto torchio. Io volevo avvicinarmi alle donne e lei diceva: "No, non sei innamorato. Tu con me scopi solo quando sei innamorato. E' la regola", ma poi non mi lasciava tempo di innamorarmi, che me le faceva passare davanti in un lampo 'ste donne e nemmeno Flash ce l'avrebbe fatta.

        E' maniaca su tutto. Ce l'ha coi miei vestiti, e solo ora che ha trovato una soluzione che la soddisfa la smette di mettermi in situazioni in cui devo infilarmi maglioni, tute mimetiche, abiti da riccone...

        E le sue storie raccontano tutte la stessa storia. Cioe': c'e' un solo tema, ovunque. E quel tema ho finito col viverlo anche io, mi ossessiona, so che ogni volta che inizieremo a camminare insieme bacchettera' ogni passo falso, mi fara' mille domande, pretendera' risposte, mi rinfaccera' cose fatte nel passato. Litiga con me. A volte mi urla. Mi dice che posso fare meglio, che posso fare di piu'. "Vivi, perdio!", sbraita che pare Michelangelo.

        E io cerco di spiegarglielo: sono solo il personaggio di un fumetto, sono solo il personaggio di un fumetto... Ma sembra che non capisca. Che sia sorda? Papa', torna da Francoforte o dovunque tu sia, la signorina Rottermeier non la sopporto piu'!



        permalink | inviato da il 18/12/2004 alle 21:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
        27 novembre 2004
        su uBC
        Pubblico questa mia recensione già pubblicata su ubc fumetti, Martin
        Mystère "Il gatto che sapeva leggere" ; ne pubblicherò altre in seguito (spero).


        Animal House
        recensione di Daniele Calandra

        Quando nel dicembre del 1989 (n.93-94, "Una storia di Natale") Manny Gould compariva Gesù bambino alla porta del clan Mystère, Martin stava affrontando con angoscia l'idea di invecchiare. E nel cuore della notte e di quella storia, lamentandosi con Diana, invocava un deus-ex-machina che gli restituisse la piena giovinezza. Fantasticava, il BVZM, di sovvertire l'ordine della natura (in quella storia il "diavolo" della serie Mister Jinx faceva pure un cameo), una fantasia che Manny Gould faceva realtà imponendo alle sue cellule di non invecchiare (non si è mai capito come...). Punito dalla natura poetica e bacchettona, il tracotante conosceva il contrappasso: invece di invecchiare ringiovaniva e il Natale del blasfemo uomo-Dio sarebbe stata la sua non nascita. Nel 1989 Manny scompare.

        Queste le premesse de "Il gatto che sapeva leggere", seguito di quella storia, che ci restituisce Manny Gould sotto forma di gatto e racconta di come riesca infine a recuperare il proprio corpo. Alla fine della fiera gli anni perduti da Manny (quasi quindici) sono stati perduti, i suoi capelli sono bianchi ma di lui è cambiato l'atteggiamento: rivolgendosi alla vecchiaia nell'ottima scena finale (incarnata per l'occasione dal depresso signor Archer) si scopre ottimista perché ci sono da affrontare interi anni, con calma, senza catastrofismi...

        "Manny è stato una delle tante nemesi del BVZM: simili le premesse, simili le conclusioni..."   
        Manny è stato una delle tante nemesi del BVZM: simili le premesse, simili le conclusioni. Uomini moderni, coetanei, stesso ceto, curiosità intellettuale, rifiuto e "accettazione" della vecchiaia. Ma se il pensiero negativo logora il signor Archer e ha "distrutto" quindici anni di Manny convertendolo in un mystero, il detective dell'impossibile, applicando la propria attenzione al mondo fuori di se, è riuscito ad avere una vita ricca muovendosi, ci si immagina, verso una vecchiaia serena. "L'ottimismo è il profumo della vita!". Martin e lo scorrere del tempo hanno migliorato il loro rapporto e, nel negozio di giocattoli, il BVZM si limita solo a una breve e patetica riflessione sul proprio infantilismo senile: "si accorge" con nostalgia di non essere più un bambino e di invecchiare. La voce del diavolo sembra avere perso vigore (e Jinx stavolta non c'è).

        La favoletta si legge con piacere: è ben sceneggiata e tutta la vicenda del gatto e l' "intrigo polacco" virano intelligentemente sul farsesco. Martin, Java e il gatto arrivano sempre al posto giusto guidati dalla "provvidenza" e salvati dai vari antagonisti che, perseguendo i loro scopi e comportamenti irrazionali, spianano la strada alla vittoria dei buoni. La megera (n.271), cattivo senza nome e grottesco, è ridicola e brillantemente caratterizzata da Devescovi: quando "parla solo polacco" è ai margini delle vignette, muta, espressione non certo minacciosa (pag.39); a pag.48 il lettore scopre che fingeva... parla perfettamente l'inglese ed è pronta a raccontargli tutti i retroscena. Altrettanto assurda l'interprete, anche lei senza nome, che inizialmente si segnala per una misurata ma ostentata ostilità verso Mystère e Java e alla fine si rivela il vero nemico gridando "Uccidili! Uccidili!" a Manny diventato pericoloso uomo gatto.
        (19k)
        Nuove prospettive
        disegni di Franco Devescovi (c) 2004 SBE

        I disegni dell'alessandriniano Devescovi sono assolutamente positivi. Tratto ordinato e regolare, si lascia confondere facilmente con Laura Zuccheri o Alessandrini, è molto bravo a descrivere i volti dei personaggi (risalta la "commedia umana" rappresentata dal patetico Archer). I disegni travestono abilmente i nemici di Mystère fino a quando la storia vuole farci credere che siano insignificanti e innocui. Ben realizzato il gatto Mehitabel.

        Le copertine di Alessandrini sono molto simpatiche e divertenti; quella del secondo albo si fa perdonare per descrivere (come spesso capita) qualcosa che con l'albo non a nulla a che fare: Martin minacciato dai lupi...

        Al di là della meccanica riconquista della vita di Manny, la storia sembra girare bene proprio per l'intima ridicolaggine dell'intreccio che risolve la vicenda. Questo non è un male ma è segno di una tendenza evidenziata anche dal recente n.268 (con la sua conclusione demenziale): la collana di Martin Mystère riesce ad oggi a proporre buone cose demolendo se stessa nel ridicolo più spesso di quanto non riesca a fare prendendosi sul serio



        permalink | inviato da il 27/11/2004 alle 17:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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