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28 aprile 2011
il cigno nero (III)
finale
Ritorno al film da cui ero partito per chiudere questa serie di post dedicati al "Cigno nero".
Inseguiamo una parte di étoile sulla scena per un'importante rappresentazione in un grande teatro. Se non otteniamo questo ruolo siamo diminuiti e ridotti ai margini del racconto e dell'attenzione, inevitabilmente soffriamo perché siamo animali legati a criteri di dominanza e quindi troviamo affascinante il potere.
Falliamo? Ci sentiamo sostituiti, è questo l'incubo del personaggio di Natalie Portman ed è qui che volevo andare a parare quando scrivevo di "Quel che resta del giorno".
La ragazza vuole dominare tutte le aspettative che si sono create intorno alla propria persona, da parte della propria madre e del proprio direttore artistico che è un amante ipotetico o un pigmalione.
Si sente minacciata e si dedica a un estenuante lavoro fisico e, a un certo punto, di introspezione psicologica dove introietta il negativo (e qui non riesco a trovare un altro modo di esprimermi). Costruisce una seconda persona in modo da essere sostituita eventualmente solo da se stessa nel tentativo di esercizzare quell'ombra che minacciava di strapparle la propria identità.
Ma l'altra persona è un tumore e chiede spazio, prende forza, si contende il palcoscenico e a un certo punto è impossibile capire chi è quella reale. E' il mito de "Il lago dei cigni" che viene esemplificato: la lacerante duplicità può essere risolta solo con il sacrificio.
Nella riduzione artistica cerchiamo di ricomporre il contrasto tra tutte le varie porzione in cui il nostro io è scisso, in senso inverso potremmo sostenere che ogni tentativo di riconciliazione ha una valenza artistica nel senso di autorappresentazione? Qualcosa del tipo: "Natalie Portman" è psicotica, "Natalie Portman" è un artista?

No. Manca consapevolezza e autocontrollo.
La piena coincidenza dell'attrice sulla scena con il proprio personaggio propone infine un paradosso: il cigno bianco/il cigno nero muore nel mito una volta per tutte mentre lo spettacolo teatrale idealmente deve essere possibile ripeterlo un numero di volte infinito. Così la protagonista del film non riuscendo a separarsi da questa storia arriva addirittura a morire sul palcoscenico.



permalink | inviato da notturnoumano il 28/4/2011 alle 10:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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